Wikileaks entra di diritto nella storia del giornalismo con uno scoop che segna la storia italiana e mondiale. Grazie al sito di spionaggio sappiamo che il nostro presidente del consiglio faceva i festini un po’ anzi molto wild. Grazie America.
Insomma gli attesi documenti segreti che sono stati resi noti da Wikileaks non rivelano niente che già non si sapeva o perlomeno si pensava (ad esempio che sempre il nostro premier è un «inetto»). Ma se le notizie su Berlusconi non fanno altro che registrare i gossip e le notizie dell’ultimo anno, la mancanza di novità riguarda anche le notizie più serie. Questo vale per l’Iran, per Guantanamo, per la compravendita di armi. Notizie toste, ma nessuna – ripetiamo: almeno finora – notizia strepitosa. Bastava leggere Repubblica, con la sua ossessione per la vita privato-pubblica del Cavaliere per avere gli stessi documenti che oggi fanno tremare la ambasciate americane nel mondo e che stanno dando – secondo autorevoli commentatori – un colpo ferale alla diplomazia del terzo millennio.
Sarà. A noi al momento sembra che il colpo ferale lo stiano dando al giornalismo. Ancora una volta il giornalismo si piega non alla verifica delle fonti, ma al clamore di una presunta notizia. Supponiamo infatti che i documenti siano davvero delle bombe, ciò significa che sono verità incontestabili? No. Non dovrebbe essere così. Dovrebbero essere fonti da verificare, da cui partire per cercare di capire come sono andate davvero le cose.
Invece il giornalismo delle veline, pensa che un documento possiede di per sé lo statuto di verità. Prima erano le procure, adesso sono i siti di spionaggio. Ma così andando e così facendo, dove finiremo? E dove finirà l’informazione? A ben pensarci, per quanto sia facile l’ironia, sarebbe meglio interrogarsi su cosa sia diventato oggi il mestiere del giornalista. Il bilancio potrebbe non essere molto positivo.
fonte: Il Fondo Magazine

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