venerdì 19 novembre 2010

Think tank, cosa sono e come operano

Il termine ‘Think Tank’ viene coniato negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il Dipartimento della Difesa creò delle unità speciali per l’analisi dell’andamento bellico chiamate in gergo proprio ‘think’ (pensiero) ‘tank’ (carro armato).

Rimasti a lungo un fenomeno esclusivamente americano hanno acquisito notorietà presso il grande pubblico europeo nel periodo successivo all’11 settembre 2001, quando chiedendosi chi fossero i reali ispiratori della nuova dottrina geopolitica della ‘guerra preventiva’ ci si è imbattuti in questi organismi.

Ma cos’è un think tank? La professoressa Diane Stone, docente di Studi Internazionali all’università di Warwick (UK), li definisce così: organizzazioni composte da esperti che rimangono fuori dall’arena politica […] create allo scopo di condurre ricerca, produrre idee, conoscenza, informazioni e strumenti tesi ad orientare o influenzare il processo decisionale di specifiche politiche pubbliche.

Oggi i principali think tank americani sono composti da un personale nell’ordine del centinaio di persone tra ricercatori, stagisti, amministratori e management con un budget che oscilla tra i 20 ed i 60 milioni di dollari annui. Al loro interno si dividono in macroaree di studio quali ‘Economic Policy Studies’, ‘Foreign and Defence Policy Studies’ o ‘Social and Political Studies’.

Quotidianamente i ricercatori discutono tra loro i temi del giorno e la pianificazione delle attività. Il lavoro di ogni singolo ricercatore è fatto da interventi su radio e tv, articoli su quotidiani e riviste specializzate, preparazione di convegni, seminari, corsi ed audizioni presso le commissioni del Congresso.

I think tank hanno iniziato a farsi strada nel panorama americano con la crisi economica del ‘29, che condusse ad un accentramento di poteri e funzioni dal Congresso all’esecutivo presidenziale. Ciò comportò l’immediata richiesta di una notevole quantità di capacità intellettuali nell’amministrazione pubblica e spalancò le porte ai centri di ricerca.

Così i primi modelli di think tank, definiti all’epoca dagli studiosi del fenomeno come ‘università senza studenti’, nacquero per sostenere lo sviluppo dell’amministrazione americana con criteri di scientificità e logica manageriale, cercando di sottrarre la macchina pubblica al controllo dei partiti, ritenuti inefficienti e corrotti.

Tuttavia a partire dagli anni ’70, contestualmente all’avvio della rivoluzione conservatrice che porterà all’elezione di Ronald Regan, si afferma una nuova tipologia di think tank, i cosiddetti ‘partisan think tank’, caratterizzati dall’aperto sostegno a punti di vista ideologicamente connotati.

La vecchia guardia dei think tank, per decenni sinonimo di qualità, neutralità e ricerca sociale scrupolosa, viene quindi messa all’angolo dai nuovi istituti, meno interessati alle sottigliezze metodologiche e più al risultato politico ed all’impatto mediatico.

Ai think tank negli Stati Uniti ufficialmente è impedito di appoggiare pubblicamente un partito o un candidato, ma è possibile aggirare l’ostacolo con facilità divenendo sostenitori e promotori di una specifica proposta ma non dei candidati che la sostengono.

Infatti se le lobby si preoccupano direttamente di ottenere modifiche legislative che favoriscano i loro interessi, il think tank invece lavora affinché si crei un clima culturale propizio a tale modifica.

I vantaggi dati dai centri di ricerca a politici e associazioni che decidono di ricorrere alla loro consulenza per far acquisire credibilità scientifica al proprio punto di vista sono molteplici: la garanzia di un marchio che risulta conosciuto ed affidabile, la notevole capacità mediatica nel far penetrare un tema al centro del dibattito pubblico ed i costi ridotti rispetto al mantenimento di una struttura permanente di analisi e ricerca.

La crisi dei partiti, la crescente personalizzazione della politica, il rafforzamento dei poteri degli esecutivi e la sempre più forte influenza lobbistica sono i principali fattori che hanno contribuito a disegnare un ruolo di primo piano per i think tank nel mercato delle idee delle democrazie occidentali.

Secondo dati ufficiali tra il 1995 e il 2000 la presenza dei think tank nei media americani è aumentata del 18% e tra il 2000 e il 2004 di un ulteriore 15%.

Da fenomeno esclusivamente americano negli ultimi decenni i think tank stanno cominciando ad affermarsi anche in Europa, specialmente in seno alle istituzioni comunitarie, dotate di una scarsa forza politica e schiacciate dai fortissimi interessi nazionali e di lobby. Un contesto così complesso, dove ogni decisione richiede una estenuante opera di negoziato, favorisce la richiesta di pareri specialistici, come quelli offerti dai centri di ricerca.

In Italia per molto tempo non si è mai avvertita la necessità di creare istituzioni culturali e di ricerca poste al di fuori delle università, dell’amministrazione pubblica o dei partiti. Inoltre un sistema di tassazione non assimilabile a quello anglosassone rendeva assai più difficoltoso reperire fondi e finanziamenti.

Attualmente la morfologia italiana dei think tank è in continua trasformazione, seguendo gli incerti movimenti della geografia elettorale.

Volendo fare una breve cronistoria occorre partire dagli anni ’70, nei quali si apre la strada per la creazione di centri di ricerca che investono sugli studi economici e sociali. Ma la vera esplosione del fenomeno si colloca all’inizio degli anni ’90, in conseguenza di Tangentopoli e delle relative trasformazioni del sistema politico.

Oggi in virtù del processo di personalizzazione della politica ogni leader ha un proprio piccolo think tank (es. ItalianiEuropei di D’Alema, Nuova Italia di Alemanno, Fare Futuro di Fini etc.), anche se in questi casi è più corretto parlare di fondazioni di cultura politica.

fonte: Ideodromo
 

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