La differenza tra un complotto reale e una millanteria complottista è presto detta: se lo scrive Il Giornale è un complotto vero; se lo scrive Rinascita è l’ennesima sparata. Già in altre occasioni abbiamo dovuto difendere le ragioni del quotidiano milanese relativamente ad alcune analisi politiche in cui veniva denunziata la longa manus della politica estera statunitense nella politica nazionale. Analisi corrette, d’accordo, ma non circostanziate. Il Giornale, infatti, si permette – pur lodevole iniziativa – tali colpi di teatro prevalentemente per la tutela degli interessi della propria “bottega” politica e non, come sarebbe d’obbligo, contestualmente a una critica al modello occidentale in sé, che anzi viene preso a modello. A ulteriore riprova della spregiudicatezza che contraddistingue l’analisi politica socialista nazionale anti-occidentale, bisognerà spingersi oltre il limite della pubblica decenza e difendere addirittura le prese di posizione dell’alfiere del più servile atlantismo contemporaneo mr. Frattini, Segretario di Stato per gli Affari Esteri di questa ondivaga Repubblica.
Per ordine: la prassi di ingerenza imperialista di Washington nei confronti di Paesi terzi non è sempre della medesima tipologia, per modalità e per intensità. I fattori che determinano il dosaggio della forza possono essere di natura geografica (ciò che si può fare in America latina o in Vicino oriente – gli squadroni della morte, ad esempio – sono di difficile importazione nelle crisi dell’Europa occidentale), o storica (alcune metodologie operative possibili nel 1970 non si adattano ad esempio al XXI secolo), o semplicemente dettate dalla forza o dal livello di “pericolosità” del nemico da abbattere o da rimuovere. Craxi, ad esempio, non era Allende, e Berlusconi non è Craxi: a cambiare sono senz’altro il contesto storico e geografico (il Cile degli anni Settanta, l’Italia degli anni Ottanta e del nuovo millennio) ma anche la levatura della conduzione della cosa pubblica in chiave anti-occidentale dei tre personaggi in questione.
Allende era riuscito a istituzionalizzare la fase di riconversione avanzata di un sistema socioeconomico socialista in una importante nazione del “cortile di casa” nordamericano, e per la sua esautorazione non si sono fermati dinanzi l’impiego di tutti i mezzi drastici e risolutivi di cui erano in possesso: bombardarono il palazzo presidenziale e rastrellarono e uccisero migliaia di oppositori nei più barbari dei modi. Craxi, invece, in una nazione saldamente in mano statunitense, pur non avendo propriamente messo in campo riforme sociali ed economiche socialisticamente rilevanti, si è permesso l’indicibile sfregio di sfoggiare quanto per uno stato nominalmente sovrano dovrebbe essere la normalità: la difesa della propria sovranità; non solo: dopo Sigonella e dopo il sostegno conferito alle istanze della lotta per la liberazione della Palestina, violò il più vergognoso dei tabù, legittimando culturalmente e politicamente la naturale congiunzione tra socialismo ed elemento nazionale, che fu – nella sua accezione craxiana - felicemente definita “socialismo tricolore”. Quale rappresentante di una classe politica potenzialmente nociva ai disegni di Washington per l’Europa, in quanto pur blandamente sostenitrice di una sorta di non-allineamento che si tramutava talvolta in encomiabili slanci di ricerca di sovranità, il suo abbattimento passò attraverso una manovra moralizzatrice-giudiziaria orchestrata nei centri decisionali d’oltreatlantico tramite la quale una magistratura eterodiretta e una piazza abilmente sobillata prepararono la strada alla svolta bipolare-americana della politica nazionale. Chiedendo venia per il sacrilego accostamento, veniamo dunque all’attuale presidente del consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi. I governi presieduti da questi nell’arco degli ultimi sedici anni si sono invece contraddistinti per una cieca adesione all’indirizzo politico degli Usa e della grande finanza apolide, sia nei termini di politica interna (distruzione dello stato sociale, abolizione della tutela del lavoro, dismissione della proprietà pubblica) sia di politica estera (sostegno alle politiche criminose del sionismo, partecipazione coloniale alle imprese militari asiatiche). Pur tuttavia, è verosimile che alcuni atteggiamenti del governo centro-destro siano stati considerati a Washington con qualche fastidio: la politica di vicinanza con la Russia post-elciniana, ad esempio, o la non preclusione dei rapporti con il mondo arabo-mediterraneo, o ancora il pur limitato contrasto ai fenomeni migratori (latori di ulteriore disgregazione della sfera identitaria e del lavoro nazionale) e la conservazione di margini di proprietà pubblica di alcuni comparti del settore strategico. Non vi sono ancora gli elementi per stabilire se dagli Usa si miri addirittura a un regime-change, per quanto in versione soft, ma fatto sta che dei segnali di avvertimento sono stati lanciati. Meglio un Draghi, o un Profumo, o un tecnocrate qualunque che riporterebbe Roma sui binari del servilismo più completo: una sorta di Polonia mediterranea.
Resta il fatto che si tratta pur sempre di un governo amico, e magari dalle stanze del potere nordamericano desiderano solo aggiustare il tiro. E resta il fatto che a Roma se ne sono accorti, tanto che qualcuno ha alzato la voce: lo ha fatto il filogovernativo Il Giornale, che ha clamorosamente citato i precedenti della “rivoluzione arancione” a Kiev o le manovre speculative sulla lira del 1992; si è fatto sentire anche Frattini, il cui atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti è tale che quello del ragionier Fantozzi verso il megadirettore, al confronto, sembra rievocare le gesta di Spartaco. Tutti a parlare di un complotto, insomma, che assume sempre più le sembianze di un regolamento di conti interno all’atlantismo che sembra evolversi in favore della fazione “sinistra” e della finanza laica ai danni della fazione concorrente “capitalista-nazionale” e berlusconiana.
Dalla padella alla brace, d’accordo. Ma – fermo restando che lo sconforto più grande viene comunque dalla visione di tanti uomini “culturalmente affini” stringersi attorno alla Corte del Pdl come se si dovesse difendere La Moneda dalle orde yankee – torniamo a Frattini. Commentando le “notizie” diffuse dal sito Wikileaks che tratterebbero di comunicazioni riservate statunitensi in cui il governo americano si sarebbe lamentato di Berlusconi per via delle sua relazioni russo-libiche, ha sostenuto, il nostro, una teoria degna di considerazione: “sarà l’11 settembre della diplomazia”.
Ed è proprio così: come è vero che l’undici settembre del 2001 ha avuto luogo un auto-attentato (fatto evidente a chiunque abbia frequentato almeno le lezioni di educazione tecnica alla scuola media) finalizzato al conseguimento di obiettivi politici internazionali, così le “rivelazioni” di Wikileaks assomigliano sempre più a un auto-scandalo con cui gli Stati Uniti (i cui apparati di sicurezza è sì sbagliato sopravvalutare, ma che non si possono considerare neanche così inetti dal “perdere” tutti i documenti catalogati come riservatissimi relativi a interi anni) vogliono solo far passare dei messaggi. A Berlusconi e non solo.
Perché in linea di massima, in quel dell’Atlantico del nord, è solo quello che vogliono far passare dalle maglie della censura che passa: a volte per avvertire; a volte per dissuadere; a volte per spaventare; a volte per disinformare; sempre e comunque per dare alla crisi dell’occidente le sembianze di un melodramma, nascondendo la sua vera natura di tragedia.

2 commenti:
Brzezinski intervistato da Woodruff lo ha esposto a chiare lettere, la frangia sionista dell'entourage globalista cerca più spazi sullo scacchiere.
Ottima analisi Maneggio
La ringrazio. Per la precisione l'articolo è dell'amico Fabrizio Fiorini. Un caro saluto.
Posta un commento