mercoledì 27 ottobre 2010

Tareq Aziz, un uomo giusto da impiccare

Non c'è che dire. Gli americani ottengono sempre ciò che vogliono. La loro democrazia da esportazione, oramai l'unico prodotto made in USA che fa il giro del mondo (la delocalizzazione manifatturiera verso l'estremo oriente è anch'essa una loro "geniale idea"), comprende tutta una serie di servizi all inclusive, tra cui anche la pena di morte con processi sommari condotti da giudici posticci e prezzolati.
Succede così che per far tacere un testimone scomodo, l'ultimo del governo presieduto da Saddam Hussein in Iraq, si commina la pena capitale ad un vecchio settantaquattrenne ammalato e reduce da un infarto. Tareq Aziz, laico in politica ma fervente cattolico caldeo, ottimo ministro degli esteri nonchè consigliere personale del "Leone di Baghdad", sarà zittito nella maniera più brutale: togliendogli la vita!
Alessia Lai, già apprezzata per altri recenti scritti, nell'articolo che segue.
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Tapperanno la bocca a Tariq Aziz. Lo faranno impiccandolo. È arrivata ieri la sentenza di morte per l’ex vicepremier iracheno, da anni segregato nelle carceri prima americane poi irachene dopo la sua consegna, il 24 aprile del 2003, una volta caduta Baghdad, oramai piegata da anni di embargo e dalle bombe statunitensi. Nel marzo dello scorso anno gli vennero inflitti 15 anni di carcere e qualche mese dopo, ad agosto, altri sette. La sua prigionia aveva ora un fondamento giuridico, se così possono essere definite delle condanne arbitrarie - come quelle inflitte a Saddam Hussein - comminate in assenza di contradditorio, dopo il sistematico rifiuto delle prove presentate dagli avvocati difensori e in base ad accuse generiche e mai circostanziate. Dopo sei anni di detenzione “preventiva”, il vicepresidente iracheno venne inizialmente assolto nel processo che lo vedeva imputato per i cosiddetti “Fatti della preghiera del venerdì”, quando, nel 1999, dei militanti sciiti vennero uccisi dopo essere scesi in strada per protestare contro la morte dell’imam Muhammad as-Sadiq as-Sadr e di suo figlio, uccisi il 10 febbraio di quell’anno. Una sentenza che per pochi giorni diede l’illusione che almeno Aziz potesse essere giudicato con equilibrio. Una illusione, appunto. Il Tribunale speciale iracheno - costituito nel dicembre 2003 per volere degli Usa attraverso la Coalition provisional authority, la Cpa guidata da Paul Bremer, e mantenuto intatto, in spregio di qualsiasi principio di diritto internazionale, dai successivi governi iracheni – condannò l’ex vicepremier iracheno per le sue presunte responsabilità nell’esecuzione di 42 commercianti e uomini d’affari sciiti nel 1992 e , pochi mesi dopo, per il suo presunto ruolo nella deportazione di curdi dalle regioni petrolifere del nord. 

Già punito e umiliato con anni detenzione illegale, durante la quale gli è stata negata la possibilità di vedere i propri familiari, di scrivere loro delle lettere, di leggere libri o guardare la televisione, di poter conferire con il proprio legale senza la costante presenza di uomini della Cia, ora Tariq Aziz andrà incontro all’ultima vendetta dei suoi carcerieri, che lo accusano di aver preso parte alla campagna di repressione nei confronti degli esponenti del partito Dawa, di cui è leader l’attuale primo ministro iracheno Nuri al Maliki.

L’attuale dirigenza irachena si libera così dell’ultimo e più affidabile testimone del doppio gioco statunitense, degli interessi che mossero la macchina da guerra Usa contro Baghdad, la stessa che ha messo al potere i gruppi che ora si spartiscono le sorti del Paese arabo. “La condanna a morte di mio padre è un’operazione per vendicarsi contro tutto ciò che riguarda il passato dell’Iraq e dimostra la credibilità delle informazioni pubblicate dal sito WikiLeaks”, ha detto dalla Giordania Ziad Aziz, figlio di Tariq, alla France Presse. “Mio padre non ha nulla a che fare con l’attività repressiva svolta negli anni Ottanta nei confronti dei partiti religiosi. Al contrario lui è stato una vittima del partito sciita al-Dawa”, ha affermato Ziad ricordando che nel 1980 il gruppo politico di al Maliki aveva ordito un attentato nel quale suo padre era rimasto ferito.

Ora, a trent’anni di distanza e grazie a Washington, il Dawa ha raggiunto l’obiettivo. Un uomo sotto sequestro dal 2003 Tariq Aziz, 74 anni, era l’unico cristiano e cattolico, di fede caldea, nel governo di Saddam Hussein. Nato nel 1936 vicino Mosul, laureato in lingua e letteratura inglese, giornalista, fu membro del Comando del Consiglio della Rivoluzione e nell’Iraq, per dodici anni a capo della diplomazia irachena e vicepremier: l’uomo che teneva i rapporti con la comunità internazionale. A fine gennaio del 2007 Padre Benjamin, segretario generale della Fondazione Beato Angelico ed ex funzionario dell’Onu, in una conferenza stampa tenuta nella sede del Senato ricordò le parole con le quali, quattro anni prima, Tariq Aziz presagì il futuro dell’Iraq. In occasione della visita in Vaticano per chiedere a Karol Woytila di intercedere al fine di scongiurare l’invasione nordamericana del suo Paese, l’allora vicepremier gi disse: “Ho ripetuto al santo padre che non abbiamo le armi di distruzione di massa ci faranno disarmare del poco che abbiamo e poi ci attaccheranno per distruggerci”. Purtroppo non si sbagliava. Catturato Saddam Hussein, venne fatta vendetta: il presidente iracheno, il capo del Ba’ath che aveva osato opporsi alle minacce statunitensi, venne messo a morte. Tariq Aziz sembrò aver avuto più fortuna, se tale si può considerare un’arbitraria detenzione in una stanza di tre metri per tre imposta ad un diabetico, malato di cuore. Per questa ragione Padre Jean Marie lo definì “un uomo sotto sequestro”. Ed era vero, visto che fino al 2007 Aziz ha vissuto la sua vita in prigione senza che gli fosse stata notificata alcuna imputazione, peraltro poi basata, in seguito, su generiche accuse per i “ fatti del 1991”, “il Quwait”, “violazioni dei diritti umani”, “malversazione del patrimonio nazionale”. Proprio tre anni fa queste vaghe accuse sono state utilizzate per avviare i procedimenti contro l’ex vicepremier, l’ultimo dei quali lo vede condannato all’impiccagione.

La nebulosa legale. Come mettere i bastoni fra le ruote alla difesa Nella vicenda di Tariq Aziz, come era accaduto anche per Saddam Hussein, l’aspetto della tutela legale assume i contorni di un rompicapo. Ogni qual volta i due ex dirigenti iracheno sono assurti all’onore delle cronache, una serie di avvocati si sono preoccupati di assumersi la loro tutela. Nel caso di Aziz, ieri, l’avvocato Giovanni Di Stefano, ha commentato la condanna a morte inflitta dal Tribunale speciale iracheno affermando che “La sentenza è stata emessa senza la salvaguardia degli interessi della giustizia e senza gli strumenti normalmente disponibili in appello. Per questo abbiamo presentato un’istanza urgente all’Inter-American Commission on Human Rights per chiedere l’interruzione dell’esecuzione di condanna a morte di Tariq Aziz”. All’Adnkronos Di Stefano ha raccontato che “Aziz avrebbe dovuto essere rilasciato il 24 ottobre, dopo aver scontato metà della pena, e cioè 7 anni e 6 mesi, essendosi comportato bene durante il periodo di detenzione. Questa sentenza fasulla arrivata oggi è stata emessa per impedire il suo rilascio, che avrebbe dovuto essere automatico”.

L’avvocato Mario Lana, presidente dell’Unione forense per la tutela dei diritti dell’uomo, e consigliere per i diritti umani del collegio difensivo di Tarik Aziz ha aggiunto: “qui, più che di giustizia, si tratta di vendetta, come dice anche il figlio. Da anni chiediamo una operazione verità sulle vicende irachene. Se verrà eseguita questa sentenza di condanna a morte, sarebbe il modo classico di tappar la bocca e di impedire che le verità scomode vengano fuori. Sia da parte irachena che da parte americana questa preoccupazione che qualcuno parli è troppo evidente”. In realtà ad assumere inizialmente la difesa di Tariq Aziz fu l’avvocato Marcantonio Bezicheri (purtroppo venuto a mancare), assistito dai colleghi Gianni Correggiari e Ugo Bertaglia (che ci ha confermato come siano state sempre negate le visite in carcere ad Aziz). Fu questa equipe a presentare, nel 2004, presso l’Ufficio dell’Alta Commissione per i Diritti Umani dell’ Onu, un ricorso (nella foto) per il trattamento inumano (“che può qualificarsi come tortura”) di cui era vittima Tariq Aziz. L’Ufficio rispose nel 2006, con l’Opinione n° 33 del 17 novembre, emettendo un parere nel quale veniva individuata la violazione, da parte delle autorità irachene e statunitensi, degli articoli 9 e 14 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici sottoscritta nel 1966 anche da Washington e Baghdad. La “confusione” su chi sia effettivamente incaricato della tutela legale di Tariq Aziz fa probabilmente parte dell’ombra nella quale si cerca di tenere la vicenda dell’ex vicepresidente iracheno. Dopotutto la famiglia Aziz, che vive un incubo da sette anni – durante i quali più volte è stata diffusa la notizia della morte in carcere di Tariq – si affida a chiunque si proponga di aiutare il loro congiunto in una situazione di incertezza assoluta. 
 

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