lunedì 11 ottobre 2010

Il professor Moffa non è un uomo dei tempi

Claudio Moffa è professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'università di Teramo. E' al centro di uno scandalo per aver dato ampio spazio a studi storici sulla Shoah, durante le sue lezioni. Il 13 ottobre è stato convocato un Consiglio di facoltà per decidere sulla vicenda. Moffa parla esplicitamente di sfruttamento dell'Olocausto "avvenuto per fini politici ed economici". Punta poi il dito sul numero di vittime "ormai ampiamente messo in discussione". L'approccio del prof. Moffa è puramente tecnico e storico, appunto, ma il linciaggio che lo sta coinvolgendo e l'enorme polverone che i media hanno sollevato è il medesimo al quale altri storici che hanno tentato di affrontare la materia sono stati oggetto (Robert Faurisson, Norman Finkelstein, David Irving, Antonio Caracciolo, etc.).

La storia è un continuo revisionismo, si basa su fonti e ricerche continue e spesso ciò che pareva una verità inconfutabile viene stravolta da una nuova scoperta o da un approfondito studio condotto in maniera scientifica. Sull'olocausto e su Israele pare non possano sussistere altre fonti di ricerca se non quelle legate ai dogmi imposti da una elite che attualmente detiene gran parte del potere usuraio-finanziario. Il codazzo di politici e giornalisti prezzolati al soldo di questa egemonia è sotto gli occhi di tutti. Ma è il non senso delle moderne democrazie liberali e l'incapacità ad accettare più voci che siano diverse dal coro, che lascia interdetti. Nell'era delle leggi liberticide e delle gogne pubbliche tutto questo dovrebbe lasciare pensare.

E' ancora Gabriele Adinolfi a lasciare il commento più lucido sulla questione sollevata attorno al prof. Moffa.
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Claudio Moffa non è uomo dei tempi e già solo per questo va rispettato. Chiariamoci bene. E' mio parere che le affermazioni del professore che all'università  ha esposto dubbi sull'Olocausto, siano lesive della causa che vorrebbe difendere. E, lesive o no, sono inefficaci.

Come ho avuto modo di scrivere su Tortuga: “L'equiparazione nazismo-olocausto è servita, molti decenni addietro,  a gettare piombo sulle ali delle componenti culturali e politiche fasciste, ma ciò è avvenuto negli anni sessanta quando in tutto l'occidente si giocava una partita a scacchi per l'ascesa alla stanza dei bottoni. A quell'epoca l'intero apparato della sinistra riuscì, tramite l'identificazione demoniaca del “nazifascismo” a indebolire il fronte avverso e, contemporaneamente, a far passare in secondo piano la presenza nelle coalizioni “progressiste” di un partito dalle mani grondanti di sangue, quello comunista. Ciò accadde quando Israele passò alla seconda fase del suo sviluppo strategico, quella dell'armamento nucleare; la concordanza d'interessi tra Tel Aviv e le sinistre occidentali si condensò e coagulò nella ripetizione ossessiva dell'accostamento tra fascismi e sterminio ebraico.

Sono passati molti anni da quando quella campagna è entrata nel vivo, quasi mezzo secolo. Ormai l'accostamento, che pure era partito per i motivi suddetti, ha prodotto un effetto propagandistico che solo quelli che non comprendono la comunicazione non hanno colto. La demonizzazione del fascismo tedesco (e, per estensione, dei fascismi) è riuscita per via del tema olocaustico ma se trent'anni fa il nazi(fasci)smo era demonizzato per l'Olocausto, tanta e tale è la forza del messaggio che oggi paradossalmente possiamo sostenere che l'Olocausto è demonizzato più perché nazista che di per sé”.

Una discussione in materia la ritengo quindi del tutto sterile perché  verte a negare una verità rivelata - e le verità rivelate sono architravi della credenza comune - dunque suona immancabilmente incredibile e perciò finisce con il rivelarsi addirittura controproducente.

Controproducente perché manca di una particolare scientificità, che non è quella accademica, bensì quella relativa alle tecniche e alle meccaniche della comunicazione e della psiche, e perché dimentica colpevolmente il valore essenziale che nelle convinzioni hanno i rapporti di forza.

Sicché la verità rivelata che si vuol confutare viene regolarmente affrontata con tecnica sbagliata e  puerilmente la si rafforza. 

Ma queste sono considerazioni politiche e Moffa non è un politico, è un professore, ergo questa critica, che per i politici sarebbe sostanziale, lo riguarda appena.

Va poi considerato che la sua presa di posizione sarà pure lesiva della causa che vorrebbe onorare ma è soprattutto autolesionistica, e chiunque sia tenace fino all'autolesionismo merita rispetto.

Mentre tutti coloro che dall'alto delle loro cariche si lanciano come iene per spolparne la  carcassa indifesa meritano invece pietà o disprezzo. Quell'orgia cannibalistica, quella prepotenza contro gli inermi, quell'accanimento contro la messa in discussione di tutto ciò che paga, non può dettare che l'uno o l'altro di questi sentimenti.

Vorremmo vederli, talvolta, assumere toni indignati per cause più coraggiose. Per esempio contro i vampiri e i parassiti di Sarah Scazzi.

Lascia infine basiti il fatto che in un mondo che si vorrebbe laico ed emancipato si proibisca di mettere in discussione una verità rivelata. Che si lancino anatemi e scomuniche, che si determinino emarginazioni, licenziamenti, multe e persino pene detentive verso chi mette in dubbio la fede comune. Ciò non avveniva di tempi della Riforma e della Controriforma, ma non c'è da stupirsi: è da un bel po' che camminiamo indietro come i gamberi.

Nella cultura della patente a punti, nel paradiso delle imposizioni e delle proibizioni assolute, le cose funzionano così: divieti, obblighi, emarginazioni, anatemi, annichilimenti, senza che ci si prenda la briga di rispondere alle eresie o di reggere un confronto con le tesi controcorrente.

Claudio Moffa magari questo non lo sapeva, o più probabilmente non è disposto ad accettarne la brutale e violenta ottusaggine. O ancora non accetta imposizioni, ama la sfida e vuol tenere il punto. Di certo non è uomo di questi tempi: a lui non faranno fare l'anchorman.
 

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