giovedì 7 ottobre 2010

Attacco liberista in Europa!

Stiamo assistendo ad un proprio e vero attacco all'Europa! Attacco graduale e diffuso a più riprese nell'arco del tempo. Sul fronte dell'immigrazione clandestina e di quella espressa volontà delle èlites mondialiste - legate al mondo della finanza e delle corporations (appoggiati peraltro anche da "Santa Madre Chiesa Romana", ma dell'unicità di intenti tra la filosofia cristiana e scienza liberal-capitalista ne tratterò le caratteristiche in altri e futuri interventi) - di trasformare in una cloaca multietnica senza indentità, storia e cultura il Vecchio Continente ne avevo parlato in un recente commento (leggi qui).

L'ultimo ventennio è stato un'escalation di politiche liberiste imposte sulla base di crisi sistemiche prodotte ad arte dai signori che emettono e speculano sul denaro. Il lavoro trasformato in merce e non più in motore centrale produttore di ricchezza, è stato soggetto via via ad un processo di erosione che sta cancellando tutte le conquiste sociali degli scorsi decenni e a nulla stanno servendo scioperi e barricate che dalla Spagna alla Grecia imperversano in giro per l'Europa. I sindacati di fatto sono inermi, tra divisioni interne, lotte partitocratiche e concenzione obsoleta del rapporto lavoro capitale impostato ancora sul fronte della lotta di classe.

Gli organismi internazionali, Fondo Monetario Internazionale (FMI), Banca Mondiale e WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) su tutti, rappresentano il braccio meccanico di un unico processo esecutivo. Sia che ci siano governi di centro sinistra, che di centro destra le politiche di contegno, per far fronte alla crisi economica ancora in atto, sono sempre le stesse. Blocco degli aumenti salariali o comunque una crescita in busta paga non equiparabile all'incremento del costo della vita; aumento dell'età pensionabile; tagli sulle spese legate a sicurezza, sanità ed educazione; privatizzazione delle attività pubbliche (ivi comprese pensioni, settori energetici ed industriali). E' insomma il liberismo "bellezza", quello che per intenderci continua ad arricchire pochi ai danni di intere popolazioni e nazioni. 

L'Europa quanto prima sarà trasformata in un'immagine speculare dell'impero decadente che sta dall'altra parte dell'Atlantico, socialmente, economicamente e culturalmente. Quello che noi oggi stiamo vivendo sulla nostra pelle, le future e fottute nuove generazioni lo subiranno passivamente. Saranno utenti, consumatori e schiavi salariati in un mondo sempre più liquido e privo di certezze.

Filippo Ghira nell'articolo che segue.
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L’Italia corre seri rischi per la sua ripresa economica in conseguenza delle “tensioni” di mercato sui suoi titoli di Stato che si avranno nell'ultimo trimestre del 2010 e nel 2011. La previsione è stata fatta dal Fondo monetario internazionale nel suo World Economic Outlook e riguarda anche altri Paesi come Giappone, Francia e Stati Uniti. Se le parole hanno un loro senso, dobbiamo quindi concludere che i nostri titoli pubblici sono in procinto di essere investiti da una massiccia speculazione.  

Una speculazione che, come nel caso dei Paesi più deboli dell’area dell’euro (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), per i quali la finanza anglosassone ha creato il simpatico acronimo Pigs, ovvero porci, punterà ad far crollare sui mercati la considerazione per l’affidabilità dei nostri Cct e Bpt e di conseguenza obbligare il Tesoro ad alzare i rendimenti. Il tutto per non fare allargare troppo il divario (spread) tra i rendimenti dei nostri titoli rispetto a quelli tedeschi, presi come riferimento per la loro riconosciuta affidabilità. In altre parole la loro solvibilità alla scadenza.  

Per i quattro Pigs, Grecia in particolare, la situazione è drammatica a causo dei giganteschi debito e disavanzo pubblici, tanto che per Atene l’Unione europea e il Fmi hanno messo in atto prima dell’estate scorsa un piano di aiuti triennale di 110 miliardi. Attaccare con la speculazione i titoli pubblici di questi Paesi non è soltanto un’operazione finanziaria ma rappresenta soprattutto una parte della più ampia strategia anglosassone di far crollare il sistema dell’euro, incominciando dai Paesi più deboli, quelli caratterizzati da fortissimi squilibri nei conti pubblici, e puntando a creare sul lungo termine un effetto domino che coinvolga tutti. Proprio ieri, Eurostat, l’ufficio statistico della Ue, ha deciso di rivedere al rialzo il deficit e il debito greci degli ultimi anni, in particolare per quanto riguarda il periodo 2006-2009 che è stato all’origine della bancarotta. Una decisione che è stata la conseguenza sia dei problemi di affidabilità riscontrati in passato dall'ufficio statistico greco sia dei nuovi poteri di revisione dei conti e di controllo affidati  negli ultimi mesi a Eurostat per fare appunto fronte alla situazione. Della serie, Atene sta peggio di quanto si pensasse.

Entro il 2011, Roma, Parigi, Washington e Tokyo avranno la necessità di rifinanziare il debito pubblico con il mercato ed in tale occasione si muoveranno sia la speculazione vera e propria che le società di rating (Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch) che esprimeranno i propri giudizi sulla solvibilità di questo o quello Stato. Giudizi che non sono mai indipendenti perché dietro le “tre grandi” ci sono i precisi interessi dei loro azionisti di riferimento che muovono le proprie risorse sui mercati di tutto il mondo, avendo una preferenza per l’asse New York-Londra. Tanto per fare un esempio, sempre ieri, Fitch ha abbassato la valutazione del debito pubblico a lungo termine dell'Irlanda. Una decisione che farà sicuramente felici gli speculatori che avranno a disposizione abbondante materiale sul quale lavorare.

E se il Giappone dovrà rinegoziare un 40% del debito, Italia, Francia e Usa avranno lo stesso problema con un 20% che rappresenta una percentuale non indifferente. E infatti il Fmi osserva che “con somme così alte in circolazione, anche piccoli elementi di disturbo possono diffondersi rapidamente sui mercati del debito sovrano, modificando la fiducia   degli investitori e mettendo a rischio la ripresa”. Una considerazione che, nel caso dell’Italia e della Francia, contempla l’invito ad andare avanti con le politiche di riduzione del debito e del disavanzo, attraverso tagli alle pensioni, agli stipendi dei dipendenti pubblici e più in generale alle spese dello Stato sociale, come la Sanità nella quale dovrebbe progressivamente crescere il peso degli operatori privati. Quelli del Fmi, apparentemente dei consigli, sono in realtà chiari moniti ai governi a smantellare progressivamente ogni presenza della mano pubblica, per creare un unico enorme mercato globale. E se qualcuno, pensiamo ad un Berlusconi, piuttosto in disgrazia ultimamente presso certi ambienti internazionali irritati per i suoi legami con Putin, non vuole ascoltarli, peggio per lui!.

Il Fmi non vede comunque pericoli di una ripresa dell’inflazione che potrebbe essere innescata soltanto dalla nascita di un diffuso protezionismo commerciale o finanziario che però sarebbe uno scenario piuttosto remoto, al quale pochi vorrebbero o sarebbero in grado di tornare. Semmai c’è il rischio concreto e persistente di una deflazione per le principali economie del mondo. A questo contribuiscono diversi elementi come il debito delle famiglie e le vulnerabilità del sistema finanziario. Le stesse scelte dei governi su come affrontare i grandi deficit pubblici, ad esempio riducendo la liquidità monetaria in circolazione, potrebbero trasformarsi in misure tali da portare a un lungo periodo di deflazione.

Oltretutto si deve tenere conto del fatto che la ripresa, che a livello globale è già diseguale, in Italia sarà anche più lenta rispetto ad altre grandi economie. Questo dipende dal fatto che il persistere di problemi di competitività delle nostre imprese limitano le possibilità di crescita dell'export, mentre il consolidamento fiscale, drenando risorse alle famiglie e alle imprese, indebolisce la domanda privata. Il Fmi prevede quindi per l’Italia sia nel 2010 che nel 2011 una crescita del Pil dell'1,0%. Per i tagli alla spesa pubblica, l’Italia (come del resto la Francia) ha fatto passi in avanti ma, per il Fmi, può fare di più. La crescita dell’economia globale dovrebbe essere invece rispettivamente del 4,8% nel 2010 e del 4,2% nel 2011.
 

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