Ugo Gaudenzi, direttore del quotidiano Rinascita nel fondo di oggi traccia un perfetto quadro del decadente impero americano incapace di trainare l'Occidente fuori da una crisi sistemica, sociale ed economica senza precedenti. Se in passato, fino agli edonistici anni '80, l'immaginario americano riusciva a far presa nelle coscienze delle popolazioni soggiogate dalla massiccia invasione culturale che si ramificava in tutti i settori (cinema, musica, moda, consumi) del vivere quotidiano, oggi si sta più che mai palesando la decadenza di una nazione imperiale, gli Stati Uniti, giunta alla fine di una realtà onirica costruita ad arte sulla base di poco o nulla.
Ma se la decadenza di questa nazione può difficilmente essere percepita sul fronte delle guerre imperialiste, sorrette da una propaganda mediatica ancora forte (nessuno ci ha detto che le forze militari USA hanno perso tre basi in Afghanistan), o ancor di più sotto l'aspetto geostrategico e politico (materie astruse e poco note alle masse), è sotto il lato culturale che è più semplice trarre questi segnali di decadenza.
Il cinema a stelle e strisce, oramai nelle mani dei sionisti di Hollywood, appare incapace di bissare i successi dei decenni scorsi. In preda ad una crisi, soprattutto di creatività, appare aggrappato a sequel e rifacimenti dai quali fuoriescono a raffica banalità sempre più esenti di contenuti ma in compenso ricchi di spettacolarizzazione virtuale. I registi insistono in generi quali l'horror, il thriller e l'action movie che ben descrivono il senso claustrofobico dei nostri tempi. Nessuno slancio verso il futuro, tutto assume connotati negativi, oscuri e violenti. Immagine speculare di questi anni dominati da una cultura fallimentare e in declino.
Anche il settore musicale appare privo di spunti artistici di interesse. La terra del rock e del blues è oggi in preda ad una involuzione senza precedenti. L'industria del music business fagocita tutto in tempi sempre più brevi. Il fenomeno grunge dei primi anni '90, esauritosi nell'arco di una manciata di anni ne è un perfetto esempio. Da allora la vena creativa degli artisti americani non è stata più in grado di dare origine a nulla di innovativo. Anzi, spesso per vendere qualche cosa ricalcano stilemi europei o rievocano vecchie sonorità spacciandole per nuove.
Narrativa, filosofia, e più in generale le scienze umanistiche statunitensi appaiono in panne nè più nè meno come per il cinema e la musica. Se questi non sono i segni tangibili di una nazione in decadimento cos'altro dovremmo essere portati a pensare?
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Proprio dietro l’angolo, qui accanto, si nasconde un mondo post-americano. E questa è più di una sensazione. E’ un qualcosa di sensibile, niente affatto così peregrino.
Gli States avevano fatto irruzione nel pianeta, nella sua storia in divenire, poco più di un secolo fa, come una cavalleria a passo di carica.
In cento anni hanno esportato ovunque una loro “dottrina Monroe” - più allargata rispetto al limitato “cortile di casa” - sventolando bandiere artefatte di “libertà” e di “democrazia”.
Aggrediti e sconfitti i loro “Nemici” - a furia di guerre, anche nucleari, o di consumismo e di barattoli di cocacola - e ampiamente soddisfatti dal potere globale acquisito e vigilato da potenti basi militari coloniali, hanno iniziato a consolidare ovunque la loro way of life.
E l’ultimo ventennio è trascorso così in un dispiegamento generalizzato, nei quattro angoli del mondo, della loro influenza culturale, economica, sociale, politica, militare.
La lingua inglese come nuovo esperanto, l’economia di mercato come unico regime di scambio, il sistema monetario e finanziario solidamente nelle mani della finanza, il bipartitismo politico liberale quale unico “regime di libertà”... questi i capisaldi dell’invasione.
Un’offensiva oggi però in esaurimento, anzi interrotta, agganciata com’è a pesanti punti interrogativi. Una politica di potenza e opulenza in evidente crisi. La stessa credibilità atlantica, frutto di una possente macchina pubblicitaria, continua a perdere colpi. E la gente, tutta la gente fin qui suddita del consenso, lo sente.
Un esempio? Il conflitto con l’Iran. Prendiamo i proclami d’Occidente e dei media pilotati dagli Usa contro questo “Paese del male”. Entriamo nelle teste di chi legge o ascolta.
L’Iran è un mostro perché vuole costruire centrali nucleari. Ma Ahmadinejad risponde che ad usare l’arsenale atomico sono stati soltanto gli americani, a Hiroshima. E che un arsenale bellico nucleare lo possiede, nell’area solamente Israele.
L’Iran è un mostro perché lapida e condanna a morte un’uxoricida. Ma Ahmadinejad risponde che l’uxoricida non sarà lapidata e per il momento nemmeno giustiziata. Mentre in Texas, un’uxoricida è stata proprio in questi giorni messa a morte.
L’Iran è un mostro perché non rispetta i diritti umani. Ma Ahmadinejad risponde ricordando le torture di Abu Ghraib o di Guantanamo.
E poi chiede prove sull’11 settembre, sullo strano attentato al Pentagono, e chiede perché mai debba essere il Vicino Oriente, i palestinesi ai quali è stata depredata la terra, a pagare per quello che si definisce l’olocausto in realtà, utilizzato come un’industria della colpa.
Così chi legge, chi ascolta, non assorbe più unicamente il tocco della campana atlantica. Archivia anche il suono contrario. E si accorge che le cose “non vanno bene”, per gli Usa e per i loro sodali, come propaganda vorrebbe, né nell’assedio alla Russia per depredarne le fonti di energia - del tutto fallito - né nelle aggressioni atlantiche nei Balcani o in Iraq, o in Afghanistan, flop militari e ideali. Né, soprattutto, con il modello economico liberista esportato dall’Occidente. Le crisi finanziarie, i tagli sociali, la disoccupazione, i salvataggi dell’usura e non delle famiglie, dei cittadini, non sono certo ricette “apprezzabili”.
Le giacche azzurre ora cavalcano dei ponies. Non sembrano affatto a loro agio, anzi.Con loro è l’Occidente a correre verso il tramonto.
(Perdonateci questo appunto un po’ troppo terra-terra a piè di pagina. Ma i segnali della crisi americana ci sono tutti e chi non li percepisce o è cieco o non vuole vedere).

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