mercoledì 30 dicembre 2009

Green revolution for dummies


L'acuirsi delle sommosse antigovernative in Iran mi constringe ad interrompere la pausa per le festività in corso. La disinformatia occidentale plasma le menti e porta le opinioni pubbliche sul terreno della congeniale banalità. Pochi sembrano in grado di analizzare, riflettere e sintetizzare un proprio pensiero che sia avulso da ciò che giornali e telegiornali vogliono farci credere. Gianluca Freda risponde ad un suo lettore attraverso il suo blog.

Un lettore che si firma Umberto mi scrive nei commenti:
Sei ancora convinto Gianluca che tutto ciò che sta accadendo nell'antica Persia sia opera della Cia e dei disinformatori reazionari oppure siamo in presenza di un regime che opprime,vieta e nega le libertà individuali e fondamentali delle persone? Non e' forse ora di ammettere che in Iran siamo di fronte ad un regime oscurantista, obsoleto e tirannico che vieta le più elementari libertà individuali? Non e' forse ora che anche i più convinti assertori della politica sciita si arrendano di fronte all'evidenza dei fatti?Davvero siete convinti che tutta questa sia disinformazione occidentale e non lo specchio di una civiltà oppressiva, reazionaria, assolutista e fondamentalista? Cosa deve succedere per convincervi che in Iran siamo di fronte ad una e vera dittatura fondamentalista, che reprime i più elementari diritti umani? Rispondimi sinceramente ti prego.

Gentile lettore, poiché mi chiedi una risposta sincera, dirò senza peli sulla lingua che darti una risposta è davvero difficile. Non perché la questione sia difficile in sé, ché anzi è fin troppo facile da capire. Ma perché è un immensa fatica parlare di politica internazionale, sia pure nei suoi più basilari rudimenti, con chi esprime una percezione dei meccanismi di potere che non oserei definire né romanzesca, né fumettistica (esistono romanzi e fumetti di straordinaria complessità, con infinite stratificazioni di significato), ma hollywoodiana, degna di certi  blateranti blockbuster americani di propaganda, gonfi di retorica e con Bruce Willis come protagonista. Dai concetti che trapelano nel tuo post direi che fai parte di quella stragrande maggioranza di cittadini del mondo che sono stati appropriatamente condizionati a non distinguere più la realtà delle cose dalle proprie categorie mentali. Non posso fare nulla per te e non mi permetto di spiegarti nulla: i percorsi di decondizionamento, quand’anche io ne conoscessi le tecniche, non sono pane per i miei denti, e comunque richiedono una forte dose di determinazione individuale. Considera dunque la risposta che segue rivolta non a te, ma a quella minoranza di persone per le quali il percorso di decondizionamento è già stato completato; o perlomeno è giunto ad uno di quegli stadi intermedi in cui l’impostazione per dicotomie (“buono-cattivo”, “tirannia-democrazia”, “libertà-schiavitù”, “destra-sinistra”, eccetera) riesce ad essere tenuta a bada quel tanto che basta da non trasformare l’universo in una trattoria di quart’ordine che offre ai suoi avventori la scelta fra due sole pietanze, per di più entrambe immaginarie (“il signore preferisce le scaloppine di araba fenice o il brasato di sarchiapone?”).

Orbene, dalla missiva in esame emerge un’analisi della situazione iraniana che mi permetto di riassumere in questo modo: in Iran c’è un governo di malvagi tiranni, che nega le libertà individuali. Dunque il popolo dell’Iran si è ribellato e grazie alla propria eroica lotta riuscirà ad avere ragione dei propri aguzzini. Fine dell’analisi. Ora, di fronte ad affermazioni di questo tipo, il primo problema è capire da quale pagina iniziare a strappare la sceneggiatura disneyana che nelle menti di molti individui ha preso il posto dell’esame razionale di fatti e circostanze. Cominciamo dai malvagi tiranni, tanto, a questo punto, una pagina vale l’altra.

Per quanto mi sforzi, mi vengono in mente ben poche nazioni al mondo i cui cittadini non parteciperebbero con gioia ad una pubblica impiccagione dei propri governanti. Forse farebbero eccezione giusto la Svizzera, il Lussemburgo e il Principato di Monaco, ma nemmeno su questo metterei la mano sul fuoco. Anzi, mi vengono in mente pochissimi paesi nel cui organismo sociale non siano presenti, in potenza, le condizioni di furore represso che potrebbero portare da un giorno all’altro alle stesse scene di guerriglia urbana che vediamo oggi nelle città dell’Iran. O nel quale, se tali condizioni non sono presenti, non possano comunque essere create con poco sforzo. E questo non certo da oggi e non certo a causa dell’impazzare della crisi, ma in ogni tempo e in ogni condizione storica. L’Italia è pronta da tempo per una guerra civile, che è stata accuratamente gestita e fomentata; lo stesso vale per la stragrande maggioranza dei paesi europei; negli Stati Uniti basterebbe una scintilla qualsiasi per dare fuoco alle polveri dell’insicurezza, dell’invidia, del razzismo, dell’antagonismo congenito, della disuguaglianza sociale, della disoccupazione dilagante; eccetera eccetera, trovatemi un paese (un paese di rilievo nello scacchiere geopolitico) che non sia pronto, almeno in teoria, ad assaltare in letizia la propria sede del Parlamento o il proprio palazzo dell’Esecutivo. Eppure questo accade solo in alcuni paesi e solo in particolari congiunture politiche. Come mai? La risposta del lettore è: perché in questi paesi i crudeli tiranni rendono la vita così impossibile che la gente s’incazza più che altrove. Questa risposta è terribilmente puerile per almeno due ragioni. La prima è la banale considerazione che le grandi rivoluzioni, nella storia, sono sempre state fatte dalle minoranze con la pancia piena, non dalle maggioranze con la pancia vuota. I panciavuota rappresentano al massimo la manovalanza, non certo la direzione operativa delle rivoluzioni. Detto in altro modo: solo se un governo garantisce un tenore di vita decoroso e una ragionevole sicurezza per il futuro, una piccola parte dei suoi cittadini, quella sazia e tranquilla, può dedicarsi alla difesa della libertà di pensiero, della libertà di stampa, della libertà di associazione e di altre prerogative che sono deliziose dopo un lauto pasto, ma risultano poco commestibili per chi ha l’impellente necessità di mettere insieme pranzo e cena. Ne derivano due importanti corollari: il primo è che si abbattono con la forza solo i governi che gesticono la propria nazione con un minimo di decenza, non quelli veramente insostenibili. Nessuno si ribellò alle dragonnades di Luigi XIV o alle deportazioni staliniane, mentre furono i meno spietati Luigi XVI e Nicola II a finire sulla ghigliottina o di fronte a un plotone d’esecuzione improvvisato. Il secondo corollario è che ogni rivoluzione è sempre gestita da una minoranza più facoltosa contro una maggioranza meno facoltosa che la subisce. Succede anche oggi in Iran, dove è la classe media a scendere in strada con gli stracci verdi per abbattere quello stesso governo che la maggioranza dei contadini e del popolo minuto aveva eletto plebiscitariamente pochi mesi fa. 

C’è poi la seconda ragione che rende puerile l’idea della ribellione del popolo ai tiranni: un popolo, da solo, non possiede né i mezzi, né le risorse economiche, né le strategie militari, né i contatti politici, né le prerogative culturali per ribellarsi a un bel niente, né in maggioranza né in minoranza. Al massimo riesce ad organizzare manzonianamente qualche disordinato assalto ai forni delle Grucce, per poi ritrovarsi senza più farina per l’inverno a venire. Una rivoluzione, per avere una qualche probabilità di successo, ha bisogno di coordinamento. Servono pianificatori delle operazioni che individuino i bersagli da colpire; servono esperti di propaganda che definiscano un’ideologia e provvedano alla sua diffusione presso il pubblico, stabiliscano le parole d’ordine, individuino i momenti e i luoghi più propizi per dare il via alla rivolta, organizzino eventi-simbolo con cui accendere gli animi delle folle (l’assassinio fasullo di Neda o quello, probabilmente autentico, ma non per questo meno pianificato, del nipote di Mousawi); servono finanziatori che provvedano a fornire le armi e i mezzi di propaganda, a pagare le ricognizioni logistiche preliminari, a “ungere” coloro che devono guardare dall’altra parte e a offrire generose elargizioni a chi deve invece svolgere un ruolo attivo durante le operazioni; servono esperti di psicologia delle folle, assistiti da discrete formazioni militari o paramilitari, che si assicurino di indirizzare gli eventi nella direzione voluta, evitando che la situazione sfugga di mano; infine servono persone con contatti politici e diplomatici di alto livello che mettano a punto la fisionomia della classe politica postrivoluzionaria e ne scelgano i membri, onde scongiurare spiacevoli salti nel buio che non sarebbero graditi a nessuno. A progettare tutti questi interventi provvede un gruppo di persone estremamente ristretto che è più corretto definire “élite” che “minoranza”. Di fronte a qualunque evento rivoluzionario o simil-rivoluzionario, le prime domande che una persona con i piedi per terra dovrebbe porsi sono: da quale élite è stato progettato e gestito? A quale scopo? Sulla base di quali interessi nazionali e/o internazionali? Senza chiedersi questo si finisce per concepire la politica e la storia come narrazioni favolistiche, che hanno più a che fare con l’immaginario cinematografico di massa che non con le effettive meccaniche geostrategiche degli interessi in campo. Chiediamoci dunque: quale ristretto gruppo ha progettato e sta attualmente coordinando l’ennesima rivoluzione colorata di questi anni, quella “verde” iraniana? Il lettore di cui sopra non vuol sentire nominare né la CIA (coacervo di interessi sparsi in cui le mire americane giocano un ruolo di rilievo) né i “disinformatori reazionari” del Mossad (dove prevalgono le prospettive di controllo israeliano sul Medio Oriente). Okay, lo faccio contento e non li nomino. Però ci dica allora lui, se ne è in grado, quali soggetti sono più interessati (e dunque più sospettabili) di questi a dirigere quello che appare a tutti gli effetti come un colpo di stato volto a sovvertire le istituzioni (democraticamente elette o no, poco importa) della Repubblica Islamica. I servizi segreti pakistani? Stephanie di Monaco? Il Dalai Lama? Sono aperto ad ogni ipotesi. Basta che non si tirino fuori le “persone” che si ribellano al “regime oscurantista, obsoleto e tirannico”. Per questo Natale ho già accompagnato le bambine al cinema a vedere il film della Disney e la mia razione di principesse e ranocchi me la sono già sorbita, grazie.

Del resto non è per semplice idiosincrasia o paranoia che i nomi di queste due agenzie vengono evocati a proposito della crisi iraniana. Esiste, prima di tutto, una cosa che si chiama “modus operandi”, a cui ogni buon investigatore fa riferimento quando si tratta di ipotizzare le responsabilità di un crimine. La rivoluzione iraniana somiglia a molte altre “rivoluzioni” già viste in passato per i simboli che utilizza (il colore), per le modalità con cui ha preso avvio (la contestazione di brogli inesistenti, la proclamazione preventiva della vittoria dello sfidante fatta prima degli exit poll allo scopo di invalidare il risultato dello spoglio), per l’escalation di tensione generato attraverso omicidi “mirati” e opportunamente propagandati (quello finto di Neda, con un noto contatto dell’intelligence occidentale, Arash Hejazi, che nel video rovescia in faccia alla ragazza la fialetta di liquido rosso; quello più recente del nipote di Mousawi), per l’utilizzo di social network come Twitter e Facebook a scopo di mobilitazione della massa, per le tattiche di guerriglia utilizzate nelle strade, sempre uguali in ogni paese in cui vi sia da rovesciare un “tiranno”, dall’Europa al Medio Oriente. Di fronte a modalità operative così simili, ipotizzare l’esistenza di una stessa regia dietro i disordini non è semplicemente il vezzo di chi ama accusare dei mali del mondo sempre lo stesso babau: è invece una possibile conclusione logica a cui puntano mille differenti indizi e che solo uno sciocco accecato dall’ideologia rifiuterebbe di prendere in considerazione.

Inoltre, cerchiamo di stare ai fatti e di non farci distrarre dai nostri aneliti ad un mondo perfetto di pace e giustizia: abbiamo un paese che sta sfidando l’intera comunità dei dominanti di questa fase storica per dotarsi di tecnologia nucleare da sfruttare in campo energetico e militare; un paese ricco di petrolio, che ha già attivato una borsa internazionale in cui l’oro nero può essere scambiato in valute diverse dal dollaro; un paese con un’influenza militare e territoriale sulla regione che è cresciuta a dismisura dopo l’invasione americana dell’Iraq, dove gli sciiti filo-iraniani tengono in pugno molte zone cruciali del sud; un paese che aspira ad entrare nello SCO, che ha iniziato a intrattenere rapporti sempre più stretti con grandi potenze emergenti come Cina e Russia, che da esse acquista tecnologia militare all’avanguardia e con esse stringe accordi commerciali ed energetici privilegiati. In sostanza, l’Iran è un paese che sta dirigendosi a tutta velocità verso lo status di grande potenza indipendente sul piano economico, militare, commerciale, politico, diplomatico, minacciando i visibilissimi piani di predominio israelo-americani sulla regione. Usiamo il rasoio di Occam: è più probabile che ad aver progettato la caduta del governo di Ahmadinejad siano i grandi interessi geostrategici dei paesi dominanti – che non sono certo nuovi a questo tipo di operazioni e possiedono le risorse e il know how per portarle a termine – minacciati dalla crescita senza freni dell’Iran, oppure un pugno di scalmanati vestiti di verde, che non sembrano in grado di approntare strategie politiche diverse dall’intonazione di slogan e dall’incendio di autoveicoli in sosta? E’ legittimo porsi questa domanda e cercare di darsi una risposta? O siamo condannati a ragionare in eterno in termini grezzamente e videocraticamente moralistici, dove “libertà” e “oppressione” sono le due uniche categorie di riflessione che ci è consentito utilizzare?

Del resto non c’è bisogno di andare tanto lontano per avere una risposta, se lo stesso Tariq Ali, storico e scrittore che non simpatizza certo per l’establishment iraniano, afferma in un’intervista ( http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/esteri/iran-9/intervista-tariq-ali/intervista-tariq-ali.html ) su Repubblica di ieri: “La Cina e la Russia, che hanno contratti importanti con l'Iran, non si taglieranno da sé la gola sotto il profilo economico. La speranza in Occidente è che il regime venga scalzato dall'interno, che si possa trattare con un nuovo governo”. Mi limiterei ad aggiungere che l’Occidente non si è mai limitato a osservare le questioni politiche interne di altri paesi e a sperare che si evolvessero nella direzione desiderata; ha invece sempre contribuito attivamente, attraverso i propri corpi militari e d’intelligence, a rendere concreti i propri desideri con ben note tecniche d’ingerenza negli affari interni e con procedure di regime change progettate all’uopo.

C’è un’altra allusione che trapela dal post: quella che chiunque non simpatizzi per i rivoltosi iraniani sia, per definizione, un simpatizzante e sostenitore del regime di Ahmadinejad, anzi di Ahmadinejad stesso, visto che scindere il ragionamento politico da sentimenti personali come simpatia, antipatia, odio, amore, è qualcosa che la banalizzazione giornalistica che ha ridotto in melassa il cervello di nove decimi dell’umanità non contempla e non riesce neppure a concepire. Tutto viene ridotto alla schematizzazione puerile “amore-odio”, “bello-brutto”, “democrazia-tirannia”, e via riducendo a binomio la complessità dell’universo, proprio come Orwell aveva profetizzato quando descriveva gli effetti devastanti del Newspeak. Più spesso l’accusa è quella di essere disposti ad appoggiare regimi autoritari e brutali sulla base di un antiamericanismo ideologico che preclude ogni contatto con la realtà.

Io non ho certo problemi ad ammettere ed anzi a proclamare il mio antiamericanismo, come del resto faccio spesso. Dico solo che non è ideologico, ma parte proprio dall’analisi di quella stessa realtà che chi muove queste critiche rifiuta di prendere in considerazione. L’Iran è un esempio perfetto e può servire da modello per illustrare quella che è stata la parabola discendente di ogni nazione che si sia svenduta, per grulleria o per forza maggiore, al potere coloniale della potenza unica che ha preso le redini del mondo negli ultimi vent’anni.

L’Iran è oggi un paese in ascesa. Ha un’economia in forte sviluppo, un apparato militare in grado di garantirgli la dovuta protezione, buoni rapporti diplomatici e commerciali con le potenze orientali, un sistema d’istruzione di alto livello, una posizione territoriale invidiabile che promette di consolidarsi nel futuro, possiede risorse energetiche che possono garantirgli la ricchezza. Ha una classe politica che sarà anche corrotta e “oscurantista” (qui bisognerebbe capire quale classe politica non lo è), ma che eventualmente lo è in proprio, non per imposizione di manovratori esterni che dettano direttive e politiche nazionali in nome di interessi contrastanti con quelli della nazione. I manifestanti che vediamo in questi giorni scatenare la violenza nelle strade iraniane rappresentano una miserabile minoranza della popolazione che – consapevolmente o no, poco importa - vorrebbe svendere a una potenza straniera e nemica questa invidiabile posizione geostrategica del paese per averne in cambio le fumose chimere consumistiche martellate nelle loro teste dagli stessi strumenti di propaganda che hanno ridotto un paese un tempo ricco come l’Italia a dibattersi nella melma schiavile in cui oggi la vediamo affondare. Non c’è un solo paese che, caduto dopo il 1989 nelle grinfie coloniali dell’unica superpotenza rimasta, non sia diventato l’ombra di se stesso. Ne sanno qualcosa i paesi dell’est, molti dei quali rimpiangono ormai apertamente il defunto sistema sovietico. Lo sanno ancor meglio paesi come la Georgia o l’Ucraina, che hanno incautamente e giovanilmente appoggiato le loro rivoluzioni colorate per trovarsi oggi a combattere – e ad essere repressi con straordinaria efficacia – contro gli stessi governanti a favore dei quali avevano a suo tempo sventolato le bandierine arcobaleno. 

Pertanto, l’essere contrario o favorevole al governo iraniano, contrario o favorevole al popolo vociante, è un problema che non mi pongo nemmeno. Quello che voglio è agevolare, in ogni modo possibile, il declino ormai avanzato del sistema monocentrico che ha caratterizzato nell’ultimo ventennio le dinamiche geopolitiche. E’ più che evidente che ciò che si prospetta all’orizzonte è una fase policentrica, in cui i vecchi equilibri del potere globale saranno scossi dall’ingresso nell’agone politico-economico di nuovi soggetti di rilievo. La Cina, la Russia, l’India, forse lo stesso Iran, potrebbero dare il colpo di grazia a questa tirannia monocratica della quale anche il nostro paese – forse più ancora di altri – è rimasto vittima. E non si esce di certo da questo pantano strillando slogan in piazza, incendiando automobili o invocando gli spiriti delle “libertà democratiche” sulle quali intere generazioni di giovani si sono fottuti il cervello a vantaggio dei produttori di queste “libertà”, i quali sono stati ben lieti di fornirgliele nella loro versione fornita di copyright, in confezione regalo, tutto compreso, prendere o lasciare. Se ne può forse uscire agendo d’astuzia: evitando di farsi infinocchiare ancora dalle vecchie parole d’ordine, appoggiando tutto ciò che può contribuire a demolire – sebbene a volte con modalità dolorose – le sbarre arrugginite del vecchio carcere coloniale e, soprattutto, preparandosi a sferrare il colpo di grazia quando i tempi saranno maturi e i carcerieri disarmati e allo sbando. Pessoa diceva che la tirannia consiste nel costringere le persone a scegliere tra due mali, ad esempio tacere o essere arrestati. In questo senso, possiamo vedere la tirannia in tutto ciò che caratterizza lo scenario politico contemporaneo. Lo vediamo anche nel dibattito sulla situazione iraniana, che ci costringe a decidere se preferiamo una repressione sanguinosa da parte di un governo teocratico o il loop senza fine di una modalità di annientamento delle nazioni che abbiamo già visto ripetersi in innumerevoli occasioni nel corso dell’ultimo secolo. Ognuno scelga il suo male minore. Per me il male minore è quello che può portare, col tempo, all’affermazione di un bene; e il bene è per me sinonimo di cambiamento, e non si perviene ad esso sclerotizzandosi sulle decrepite categorie morali di un panorama storico in via di rapida dissoluzione. In questo senso non ho problemi a dire che auspico una sopravvivenza, e anzi un rafforzamento, dell’attuale establishment politico iraniano, il quale possiede – e lo ha dimostrato – alcune delle doti di determinazione necessarie a condurci fuori da questo deserto. Che poi tale fuoriuscita avvenga o no all’insegna dell’assolutismo e del fondamentalismo, chiedo scusa, ma mi pare assolutamente e fondamentalisticamente privo di rilievo.           

fonte: http://blogghete.blog.dada.net


mercoledì 23 dicembre 2009

Buone Feste!

Il blog chiude i battenti per qualche giorno. A meno di qualche episodio eccezionale che necessiti di un commento, l'attività verrà ripresa nei primi giorni dell'anno nuovo. Auguro a tutti i lettori affezionati e non di trascorrere serenamente questi giorni di feste.

martedì 22 dicembre 2009

Protezione civile spa


Privatizzare...in principio era Amato... L’Illustre Professore, che qualcuno si ostina ancora a dichiarare “socialista”, fu atroce protagonista di una doppia stangata al popolo italiano: una mega “manovra” di 90 mila miliardi di lire - diventati una volta e mezzo con gli interessi - per salvare la lira svalutata da Ciampi &Co., e il varo forzato delle svendite di ogni gioiello industriale pubblico italiano ai privati.
Subito seguito dai Prodi - (Iri, Sme, Nuovo Pignone, Ilva, Enel, Telecom Italia, pezzi di Eni, banche a partecipazione statale e così via) pronubo Draghi - e dai D’Alema (che si accontentò di concedere incostituzionalmente denaro pubblico alle scuole private, principalmente cattoliche, e di inventare il precariato del lavoro e il nuovo caporalato).
Ai governi di centrodestra? Le briciole, a dispetto del loro conclamato liberalismo doc.
Fatti fuori dall’abbuffata più grande, eccoli dunque raschiare il barile: le autostrade, le municipalizzate ancora superstiti da trasformare in spa fino ad arrivare, giù sempre più in giù, in queste settimane, alla privatizzazione dell’acqua, delle forze armate, della protezione civile.
Che cosa si inventeranno, ora? Che cosa resta da rapinare al popolo italiano?
La vita. Il futuro.
(Ma si stanno dando da fare: di spettacolo in spettacolo, di droga in droga, di malaffare in malaffare, di ingiustizia in ingiustizia, stanno riuscendo a privatizzare - a favore delle oligarchie del “mercato” - anche i nostri residui limiti di sopravvivenza).

Espropriare...La smania delle privatizzazioni si è spinta ormai oltre ogni limite. Nel corso dell’ultimo Consiglio dei ministri è stata infatti deliberata la privatizzazione formale del Dipartimento per la Protezione Civile.
L’organo presieduto da Guido Bertolaso diventerà una società per azioni controllata dal ministero del Tesoro. Pur nell’aria da tempo, Bertolaso aveva liquidato come “chiacchiere” le ipotesi avanzate tre settimane fa dal ministro Elio Vito. Punto “qualificante”: il nuovo soggetto per la gestione delle emergenze avrebbe potuto reclutare il personale con modalità di tipo privatistico. E questo anche se oggi la protezione civile rappresenta sicuramente un polo di eccellenza della gestione pubblica: né risultati negativi né inutili sperperi.
Il testo, proprio per l’importanza del ruolo degli enti locali, ha scatenato le ire dell’Anci e del presidente della Conferenza delle Regioni, l’emiliano Vasco Errani, ma le sue preghiere sono evidentemente rimaste inascoltate dagli inquilini di Palazzo Chigi. La Protezione Civile diventerà un grande ente appaltatore per gestire i ricchi appalti legati alle (infinite) emergenze sociali e ambientali. Il governo ha quindi deciso che il nuovo soggetto dovrà essere gestito con criterio economicistico, si dovrà quindi puntare almeno al pareggio di bilancio. Una scelta molto discutibile: come dire che si vuole “trarre profitti” da terremoti e calamità naturali...
Tutto sulla pelle dei cittadini.

lunedì 21 dicembre 2009

"Banchismo" ne paliamo?


Un dialogo fra un lettore di Megachip e Giulietto Chiesa.

Caro Giulietto,
ti seguo da anni con ammirazione e affetto (ti ho anche incontrato di persona a Canegrate, ad una serata organizzata da Rapetti) e non so se sia il momento opportuno per sottoporti questa questione che mi tormenta da tempo, in un momento di crisi democratica come questo, ma forse sì, perché cambiare punto di vista a volte può essere molto più costruttivo che dispersivo.
Parto da fatti recentissimi, come una segnalazione su Megachip così commentata dalla redazione:
«Molti siti e operatori indipendenti dell'informazione - tutti di ambiti ben lontani dal Kombinat politico-mediatico berlusconiano - hanno rilanciato questa misteriosa mosca bianca, un insolito articolo redazionale di critica ai meccanismi segreti della Moneta e della sovranità, pubblicato nientemeno che su "Il Giornale" dell'11 dicembre 2009. Una critica simile la pronunciò il politico austriaco di destra Jörg Haider nel 2008. Non gli portò fortuna.»
Ancor più recente, 18 dicembre, il brevissimo articolo di Pino Cabras "Il tramonto del dollaro, all'ALBA".

Non mi stupisce l'attenzione diffusa alla questione monetaria-finanziaria in un periodo eccezionale come questo, di crisi economica travolgente, spero però che almeno da Voi si apra uno spiraglio di luce sulla truffa monetaria-finanziaria, paradossalmente evidenziata finora (con tutti i limiti possibili e immaginabili) da ambienti di estrema destra, quanto ignorata da tutta l'altra intellighenzia, comprensibilissima in quanto "casta-oriented", molto meno quando rappresenta vera opposizione residua al sistema.

Marx aveva già intuito i prodromi della questione (es. Banca d'Inghilterra), ma non poteva certo immaginare il contenuto dirompente degli accordi di Bretton Woods ed il loro stesso tradimento nel 1971, solo 27 anni dopo, seguito a ruota da un reaganismo e thatcherismo che oggi ci presentano il conto di tanta follia, della quale siamo diventati interpreti con l'Europa dei banchieri.
La realtà ha veramente superato la fantasia nella nostra generazione, come ben sai e predichi per quanto concerne il risvolto "culturale" in quest'epoca della massificazione.

Io mi sono laureato in fisica nel lontano 1975, mosso da autentica passione per la scienza, e con quella formazione "galileiana" non posso ignorare lo spirito profondo e perciò testardo sintetizzato nel detto, non importa se romanzato, "eppur si muove" .
Mi riferisco ovviamente all'appropriazione indebita del valore nominale e/o di altri benefici finanziari dall'emissione della moneta-convenzione da parte di soggetti privati, un fenomeno stupidamente battezzato "signoraggio", visti i fraintendimenti che lo hanno poi relegato tra le "bufale da complottisti" del variegato popolo della rete, limitandone oltretutto la vera portata ed invasività economica attraverso l'esplosione del mondo della finanza "creativa".

Dopo alcuni anni di studio e riflessione mi rendo conto che anche il più elementare dei principi può essere manipolato all'infinito, rendendo complessa e astrusa la sua comprensione in una materia, l'economia, già di per sé ostica ai più e feudo della cultura dominante. Eppure: alla luce dei principali meccanismi esemplificati proprio dall'economia reale (ad es. il privatizzare i guadagni contabili e socializzare i costi reali di un evento economico) il cerchio si chiude perfettamente attorno al paradigma vigente della moneta, che più diventa chiaro più mostra tutto l'inganno su cui si fonda, che è in ultima analisi la realizzazione dell'ideologia del privilegio nel connubio tra potere pubblico e interesse privato, trasversale nel tempo e nello spazio, in barba ai progressi civili e morali sui quali dovrebbe basarsi quello stesso diritto giuridico così ampiamente abusato.

Per farla breve il mio appello esplicito è: possiamo finalmente parlarne apertamente, dimenticando le allusioni ad una controparte ideologica, ad una contrapposizione intellettuale ormai grottesca vista la situazione? Il tempo è quasi scaduto per comprendere le cause dello sfascio fisico e spirituale che ci inghiotte, e quindi porvi rimedio, a tutti i livelli. Ma al tempo stesso vedo la convergenza di più prospettive, tra cui questa che risulta a mio avviso ineludibile. Che ne pensi? Si può ancora parlare serenamente anche delle banche, senza peli sulla lingua, come sai fare tu?
Un caro saluto e sinceri auguri, ne abbiamo proprio bisogno
Alberto Conti


Caro Conti,
certo che ne parliamo! Se c'è un momento in cui la grande truffa bancaria è disvelata al colto (non all'inclita, che rappresenta il 99,99% del pubblico), è questo. L'azzardo privato, costruito fin dall'inizio truffaldinamente, è stato fatto pagare al pubblico. La carenza di liquidità è stata coperta, malamente, con una ulteriore immissione di liquidità, altrettanto fasulla quanto lo era la prima, solo che è stata firmata dalle banche centrali di tutto l'Occidente.
E adesso l'economia della truffa procede, non so per quanto tempo, con le banche che ricominciano a fare esattamente quello che fecero negli ultimi dieci anni (anzi da molto tempo prima). I truffatori, salvo Madoff, che doveva essere gettato in pasto al pubblico, sono tutti ai loro posti di comando.
Dunque parlare di "banchismo" si può e si deve, solo che non possiamo farlo, come tu scrivi, "serenamente". Perchè questo è il vero e unico centro del potere mondiale e loro non sono niente affatto sereni quando qualcuno prova a mettere il naso nei loro affari.
Io sono sempre più convinto che la sovranità monetaria è la base di ogni altra sovranità. Non solo statale ma anche popolare.

Il problema è quello di sfondare la barriera del silenzio. Io ho fatto il piccolo esperimento dell'11 settembre, e ho potuto misurare l'enormità del compito. Puoi immaginare che il compito che tu indichi è mille volte più grande?
Eppure deve essere affrontato. Come? Occorre promuovere una ricerca approfondita, basata su dati irrefutabili. Questo, in parte, ma solo in parte, è già stato fatto, ma mescolato con troppe ingenuità, che offuscano l'effetto. Basta una caccola, come dicono i cinesi, per rovinare il brodo.
Noi dobbiamo presentare a una discussione qualsiasi - in primo luogo in ambito accademico, il più ostile, il più corrotto e pagato - un consommé ineccepibile. Il luogo di questa battaglia non è la stampa, dove abbondano i cialtroni, anch'essi stipendiati dai banchieri, ma è l'università. E' là che bisogna concentrare il dibattito, stanare gli economisti, metterli alla berlina, stanare i sindacalisti, che non ne sanno nulla, produrre libri che siano pubblicati da case editrici sufficientemente autorevoli.
E' una battaglia per tappe, per gradi, che richiederebbe uno stato maggiore all'altezza. Ci vuole una strategia e una tattica, che preveda gradi e terreni di scontro e perfino soluzioni intermedie. Ovvio che non ha senso, perchè puro slogan, la richiesta "via il signoraggio".
Ci vorrebbe un partito politico nuovo, capace di portare questi temi alla discussione in un parlamento decente.
Anche in questo caso, come in molti altri, non conta la giustezza delle analisi la diagnosi dei mali. Conta invece la capacità di comunicarli.

Dunque non basta parlarne, è giunto il momento di organizzarsi. Io darei una mano volentieri, ma ho bisogno di una pattuglia di veri esperti che lavorino con me. Vuoi farne parte? Io sto lavorando per costruire le premesse per una "Alternativa". Solo una "Alternativa" organizzata a questo sistema può porsi l'obiettivo di demolire la sua colonna portante.

venerdì 18 dicembre 2009

Quando il cappio dei disavanzi pubblici strangolerà gli Stati e i sistemi sociali occidentali


Pubblico a seguire il bollettino n.40 GEAB LEAP, ossia Laboratorio Europeo di Analisi Politica (primo sito europeo di anticipazioni politico-economiche indipendente da qualsiasi governo o lobby).
Al diffuso stato di assoggettamento da qualcuno o qualcosa, l’equipe invece ha preferito l’arricchimento del suo punto di vista analitico mediante la collaborazione di numerose e variegate organizzazioni di ricerca private ed ONG, oltre che di pubbliche istituzioni a livello sia europeo sia nazionale, come i Ministeri degli affari esteri.
I risultati delle loro riflessioni, e le conseguenti deduzioni sulle prospettive future, vengono pubblicati sul sito – attualmente con una cadenza mensile – attraverso progressivi bollettini chiamati GEAB (Global Europe Anticipation Bulletin). Il gruppo è attivo dal 2006, ed il motivo di tanto interesse verso il loro lavoro risiede proprio in tali fonti in quanto hanno dato prova di essere previsioni socioeconomiche, non solo accuratamente dettagliate e professionali, ma anche pienamente accreditate in quanto convergenti con quello che poi è realmente accaduto nel così inevitabile, e poco ben gestito, contemporaneo scenario di crisi politica, economica e finanziaria.


Secondo LEAP/E2020, la crisi sistemica globale conoscerà un nuovo punto di flessione a partire dalla primavera del 2010. Infatti, in questo periodo, le finanze pubbliche dei principali paesi occidentali diventeranno ingovernabili perché sarà simultaneamente ovvio che nuove misure di sostegno all’economia si imporranno in base al fallimento dei vari stimoli del 2009 e che l'ampiezza dei disavanzi di bilancio proibirà una nuova spesa significativa. Se questo “cappio„ dei disavanzi pubblici che i governi si sono volontariamente messi attorno al collo nel 2009, rifiutando di fare assumere al sistema finanziario il prezzo dei suoi difetti, peserà molto sull'insieme delle spese pubbliche, esso influirà particolarmente sui sistemi sociali dei paesi ricchi impoverendo sempre più la classe media ed i pensionati, lasciando i più svantaggiati alla deriva. Parallelamente, il contesto di insolvibilità di un numero crescente di stati e di Comunità locali (regioni, province, stati federati) comporterà un doppio fenomeno paradossale di risalita dei tassi d'interesse e di fuga dalle valute in direzione dell’oro.
Dinanzi all' assenza di una alternativa organizzata ad un dollaro US sempre più debole e per trovare una alternativa alla perdita di valori dei buoni del tesoro (in particolare americani), le banche centrali del mondo intero dovranno in parte “riconvertirsi all’oro„, il vecchio nemico della riserva federale US, senza poter ancora dichiararlo ufficialmente. Essendo la scommessa della ripresa ormai persa dai governi e dalle banche centrali, questo punto di flessione della primavera 2010 rappresenterà l'inizio del trasferimento massiccio dei 20.000 miliardi USD di “attivi fantasma" verso i sistemi sociali dei paesi che li hanno accumulati. In questo GEAB N°40, il gruppo di LEAP/E2020 sviluppa le sue analisi su questi vari argomenti presentando una valutazione dettagliata delle sue anticipazioni per il 2009 che hanno ottenuto uno score generale del 72%. Infine, i nostri ricercatori espongono le loro raccomandazioni, di questo mese in particolare sul settore immobiliare commerciale, valute e redditi degli espatriati.

L' attualità si è rapidamente incaricata di rafforzare l’anticipazione del GEAB N°39 che segnalava come il 2010 sarebbe stato un anno segnato da tre tendenze tra cui l’insolvibilità di Stato: da Dubaï alla Grecia, passando per i discorsi sempre più ansiosi delle agenzie di rating sui debiti americani e britannici, o con il bilancio draconiano approvato dall'Irlanda e le raccomandazioni della zona euro per il controllo dei disavanzi pubblici, l'incapacità crescente degli stati di far fronte ai loro debiti ha occupato le prime pagine dei mass media. Tuttavia, nell'ambito di quest'agitazione mediatica, le informazioni non hanno lo stesso valore: alcune sono soltanto elucubrazioni “sul dito„ del proverbio cinese, altre trattano realmente della luna. Al capitolo delle elucubrazioni “sul dito„, questo comunicato pubblico del GEAB N°40 presenta il caso delle analisi sulla Grecia.

Veniamo alla Grecia. Qui, si ritrova una tematica simile a quella che il nostro gruppo aveva denunciato nella GEAB N°33, nel marzo 2009, nel momento in cui la stampa trasmetteva in maniera massiccia l'idea che l' Europa dell’est conduceva il sistema bancario europeo e l'Euro in una crisi maggiore.
Avevamo allora spiegato che questa “informazione„ non posava su nulla di credibile e che non era che “un tentativo deliberato da parte di Wall Street e della City (2) di far credere ad una frattura dell’UE e d'infondere l'idea di un rischio “mortale„ gravante sulla zona euro, facendo passare, senza discontinuità, informazioni false “sul rischio bancario venuto dall’Europa dell’est„ e tentando di stigmatizzare una zona euro “prudente„ di fronte alle misure “volontaristiche„ americane o britanniche.
Uno degli obiettivi è anche di tentare di deviare l'attenzione internazionale dall’aggravarsi dei problemi finanziari di New York e Londra, indebolendo la posizione europea alla vigilia del vertice del G20„. Il caso greco è abbastanza simile. Non che non ci siano crisi delle finanze pubbliche greche (è reale), ma le sue conseguenze supposte sulla zona euro sono sopravvalutate mentre questa crisi indica una tensione crescente attorno ai debiti sovrani, tallone d'Achille degli Stati Uniti e del Regno Unito.

Innanzitutto, occorre ricordare che la Grecia resta il paese per eccellenza che ha mal gestito la sua adesione all’ Ue. Dal 1982, i diversi governi non hanno fatto che utilizzare l'Ue come una fonte inesauribile di sovvenzioni, senza mai riuscire a modernizzare le strutture economiche e sociali del paese. Con quasi il 3% del PIL che proviene direttamente da Bruxelles nel 2008, la Grecia è in realtà un paese sotto aspersione europea da quasi trent'anni. Il deterioramento attuale delle finanze pubbliche del paese non è dunque che una tappa supplementare in una lunga evoluzione. I responsabili della zona euro sapevano da tempo che il problema greco sarebbe emerso un giorno. Ma il paese pesa il 2,5% del PIL della zona euro (e l'1,9% di quello dell’Ue), siamo lontani da un grave pericolo gravante sulla moneta unica europea e sulla zona euro. A titolo d' esempio, l’insolvibilità della California (12% del PNL US) è infinitamente più portatrice di destabilizzazione del dollaro e dell’economia americana.
D' altronde, poiché si trova spesso sotto le stesse penne un elenco esauriente di tutti i paesi della zona euro che fanno fronte ad una grave crisi delle loro finanze pubbliche (Spagna, Irlanda, Portogallo ai quali aggiungiamo la Francia e la Germania), occorre essere precisi ed indicare che negli Stati Uniti, oltre allo stato federale tecnicamente in fallimento se la FED non avesse stampato dollari in quantità illimitata per comperare direttamente ed indirettamente buoni del tesoro emessi in proporzioni identiche, ed oltre alla California (stato più ricco dell’Unione che pendola sul bordo del pozzo da mesi), si trovano ormai 48 stati su 50 in disavanzo di bilancio crescente. Come riassume il titolo di un editoriale del 14 dicembre di Stateline, il sito americano specializzato sugli stati e le Comunità locali US, “degli scenari d'incubo ossessionano gli stati„, è l’insieme degli stati degli Stati Uniti che ha timore di essere insolvibile nel 2010/2011.

E la zona euro, che ha le più importanti riserve d’oro del pianeta, raccoglie anche paesi che hanno accumulato eccedenze di bilancio fino all’anno scorso, un commercio estero sempre eccedentario ed una banca centrale che non ha trasformato il suo bilancio in un serbatoio di attivi “marci o fantasma„ (come fa la FED da 18 mesi). Dunque, se la crisi delle finanze pubbliche greche indica qualcosa, non si tratta tanto della situazione della Grecia in sé o di una problematica specifica per la zona euro, ma si tratta di un problema più generale che peggiorerà fortemente nel 2010: il fatto che le obbligazioni di stato formano ormai una bolla sul punto di esplodere (più di 49.500 miliardi USD a livello mondiale, cioè un aumento del 45% in 2 anni). La degradazione delle valutazioni effettuate dalle agenzie americane di rating nel battistrada della crisi di Dubaï segnalano che, come sempre, queste agenzie non sanno (o non possono) anticipare questo tipo di evoluzione. Ricordiamo che esse non avevano visto nulla nella crisi dei subprimes o nel crollo della Lehman Brothers ed AIG, né d'altronde in quello di Dubaï. Poiché sono dipendenti dal governo US, non possono naturalmente mettere direttamente in discussione il sistema finanziario attuale (Washington e Londra). Tuttavia, indicano la direzione da dove verrà la prossima grande scossa, dalle obbligazioni di Stato… ed in questo settore, i due stati più esposti sono gli Stati Uniti ed il Regno Unito. È, del resto, molto istruttivo constatare che il discorso di queste agenzie evolve sottilmente. In alcune settimane si è passati dalla sempre eterna spiegazione secondo la quale la qualità intrinseca delle economie e della gestione di questi due paesi eliminava ogni rischio di insolvenza da parte dei loro rispettivi governi, ad un richiamo che sarebbe necessario dal 2010 per dimostrare questa qualità e queste attitudini di gestione per conservare la famosa tripla A che permette di prendere prestiti a costo inferiore. Se anche le agenzie di rating iniziano a richiedere prove, vuol dire che le cose vanno realmente molto male. 


Per concludere sul caso greco, il nostro gruppo considera la situazione attuale tre volte positiva per la zona euro:

  • Essa costringe a considerare seriamente le misure di solidarietà da attuare in questo tipo di situazione. Gli osservatori così dovranno fare una scelta chiara: sia che trattino la Grecia come un paese isolato, sia che la trattino come una componente della zona euro. Ma non possono fare due cose allo stesso tempo, addizionando la debolezza di una Grecia isolata con un indebolimento della zona euro a causa della Grecia.
  • Obbliga infine le autorità greche a fare un'operazione “verità„ sullo stato delle finanze del loro paese permettendo all' Ue di spingere le riforme necessarie in particolare per ridurre fortemente la corruzione e il clientelismo endemici.
  • Essa dovrebbe servire da esempio ai governi europei (ed altri) che manipolano sempre più le statistiche economiche e sociali, dimostrando che queste manipolazioni non fanno che immergere di più i paesi nella crisi. Siamo ahinoi più dubbiosi su quest'idea che altri dirigenti possano seguire l'esempio del primo ministro greco; in ogni caso non prima di che avvengano dei cambiamenti di governo nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Francia o in Germania ad esempio.

giovedì 17 dicembre 2009

Copenhagen: Chavez urla, salvate il mondo non le banche!


Alla Conferenza sul clima di Copenaghen sono giunti dal Sud America i presidenti di Venezuela e Bolivia, Hugo Chavez e l’indio Evo Morales. Interventi, i loro, concentrati esclusivamente su un duro attacco al modello capitalista, responsabile del disastro ambientale in atto. 

Chavez ha infatti affermato di fronte all’Assemblea plenaria che i negoziati sono una farsa imposta dai paesi ricchi: “In questo pianeta viviamo sotto una dittatura imperiale” e ci sono “un gruppo di paesi che si credono superiori a noi del Sud, del Terzo Mondo, agli Stati sottosviluppati”. 

Il capo di stato venezuelano, ha inoltre accusato “i ricchi” di “distruggere il pianeta, forse perché hanno un piano per andarsene in un altro”. In riferimento alla presunta bozza preparata dal governo danese, che assegnerebbe la gestione della crisi climatica ai paesi del cosiddetto primo mondo, Chavez ha detto: “Ho chiesto il testo, ma è top secret. Questo non è democratico né inclusivo”. "Questo documento", ha aggiunto il leader sudamericano, “viene dal nulla e nessuno accetterà un testo che non esca dai gruppi di lavoro, che sono gli unici testi legittimi negoziati in questi due anni”. 

Parafrasando Karl Marx, Chavez ha poi detto: “Un fantasma si aggira per Copenhagen e questo fantasma cammina in silenzio in questa sala: il capitalismo”. Il problema climatico, ha infatti sottolineato il numero uno di Caracas, non sarà risolto “senza un cambiamento del sistema”. “Se il clima fosse una banca – ha poi concluso Chavez – lo avrebbero già salvato”. 

Sulla stessa lunghezza d’onda, il riconfermato presidente boliviano, Evo Morales: “Se vogliamo risolvere il problema ambientale dobbiamo chiudere con il sistema capitalista”. Da Morales arriva anche una proposta a breve termine: l’istituzione di “un tribunale di giustizia climatica che giudichi i paesi” che producono troppe emissioni, evitando in tal modo che “l’Africa subisca un olocausto climatico”. 
 
Due begli schiaffi in faccia ai potenti del pianeta e alle daneistocrazie impossibilitate a cambiare percorso.

mercoledì 16 dicembre 2009

Cenni su Nicola Bombacci


Nicola Bombacci è una di quelle figure romantiche alla quale sono molto legato per l'audacia e la forza delle sue idee rivoluzionarie e socialiste. Nicolò Giani, Nicola Bombacci, e poi Beppe Niccolai sono dei punti cardine del mio pensiero. Affrontare in poche righe il loro percorso culturale, in un momento in cui soltanto pochi dedicano del tempo alla riscoperta di ribelli eccezionali, è impresa ardua. Qualcuno ci prova.

Giuseppe Parlato, ex rettore dell'Università San Pio V ed autore del libro "La sinistra fascista", è intervenuto pochi giorni fa a CasaPound portando il suo contributo ad una conferenza dedicata alla figura di Nicola Bombacci. Le parole del professore hanno messo impietosamente in evidenza quanto l'opinione pubblica e determinati settori culturali del paese siano in ritardo rispetto alle conquiste della storiografia sul tema del Fascismo. Quest'ultimo, ancora definito da più parti quale mera «guardia bianca della borghesia», è stato invece un fenomeno ricco di sfaccettature che attendono ancora di essere colte appieno nel loro insieme.

Nicola Bombacci si inserisce in questo contesto, risultando un personaggio tanto “fuori dagli schemi” quanto indicativo dei fermenti che hanno animato il nostro paese nella prima parte del secolo scorso.


Romagnolo e socialista come l'amico Mussolini, fu un acceso ed importante esponente dell'ala massimalista del partito. In occasione del primo conflitto mondiale la sua strada e quella del futuro Duce si divisero: Bombacci si schierò contro l'intervento, allineandosi per una volta alle scelte ufficiali dei capi del socialismo italiano, con cui spesso era in polemica.


Al termine della guerra divenne addirittura segretario del PSI, per poi fondare il Partito Comunista d'Italia
(insieme ad Antonio Gramsci ndr) nel 1921. Anche qui si distinse per le posizioni anticonformiste: prima appoggiò entusiasticamente l'occupazione dannunziana di Fiume, poi propugnò l'avvicinamento del Fascismo con l'Urss, nel nome dell'anticapitalismo che caratterizzava entrambe le rivoluzioni.

Era un personaggio scomodo sia per i fascisti avviati alla conquista del potere, ma anche per i suoi stessi compagni di partito, da cui fu espulso nel 1927. Togliatti, dall'alto della sua cieca ortodossia, addusse quale motivazione la colpa di non essere abbastanza marxista e di volere «tutto e subito». Secondo lui un vero comunista non avrebbe dovuto affidarsi all'«azione diretta» di marca soreliana, ma creare le condizioni per lo sviluppo ed il crollo del sistema capitalista. Curioso che Togliatti non si avvedesse del fatto che l'Urss, ove lui risiedeva ed il comunismo era al potere, fosse all'epoca della Rivoluzione d'Ottobre uno Stato post-feudale.


Comunque, sempre nel 1927, si aprirono per Bombacci nuovi spiragli politici in Italia. In quell'anno, infatti, Mussolini riconobbe ufficialmente l’Urss, primo fra i leaders europei. Questa scelta, dettata soprattutto da interessi economici, fu accolta con entusiasmo dal fondatore del Partito Comunista d’Italia, che cercò, tra molte difficoltà, di portare il suo contributo ideale all’interno del dibattito culturale italiano.


Interessanti a questo proposito le sue posizioni riguardo al corporativismo ed alla Guerra d’Etiopia. Egli riconobbe alla politica economica fascista una maggiore efficacia rispetto ai provvedimenti attuati in Urss, apprezzando i primi risultati raggiunti dal regime.


Ancor più sorprendente la sua lettura del conflitto coloniale italiano, che Bombacci descrisse come il naturale proseguimento sul piano geopolitico del conflitto tra «popoli giovani» e plutocrazie capitaliste.


Una tesi che portava alla mente le teorizzazioni del capo dei nazionalisti italiani Enrico Corradini, riassumibili nell’equazione: «proletari contro capitalisti = lotta di classe; popoli poveri contro popoli ricchi = nazionalismo», datata 1910.


Nel 1936 l’impegno di “Nicolino” (come era soprannominato dal Duce) fu finalmente riconosciuto grazie all’uscita della rivista La Verità (traduzione della Pravda sovietica), da lui diretta e punto di incontro di molti esponenti del vecchio mondo socialista. E’ in questo stesso periodo che Palmiro Togliatti pubblica il famoso «appello ai fratelli in camicia nera», in cui cerca un terreno d’incontro tra comunisti e fascisti sul programma di S. Sepolcro del 1919. Nel frattempo una personalità del calibro del filosofo Ugo Spirito, che vedeva di buon occhio un avvicinamento tra le due rivoluzioni, aveva dato il suo contributo elaborando la teoria della «corporazione proprietaria», auspicando il passaggio della proprietà dei mezzi di produzione alla corporazione, per la definitiva distruzione delle logiche del sistema capitalista. E poi come non menzionare il tentativo di Ivanoe Bonomi, membro storico del parlamentarismo prefascista, di fondare l’”Associazione socialista nazionale”, assieme agli ex deputati Bisogni, D’Aragona e Caldara, disposti a collaborare con il regime.


Una serie di fermenti quanto mai interessanti e degni di nota, anche se allo scoppio della Guerra di Spagna i rapporti tra Italia ed Urss tornarono più che mai tesi. Pochi anni dopo, nel momento del breve idillio Stalin - Hitler, fu proprio La Verità (che continuerà ad uscire pressochè ininterrottamente fino al 1943, nonostante l’avversione degli “intransigenti” Farinacci e Starace) ad esprimersi favorevolmente a questa convergenza, in un’Italia fascista comprensibilmente disorientata. « (…) Eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, si incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale», scrisse Walter Mocchi nel numero del 13 ottobre 1940. Ma la guerra andò in una direzione totalmente differente, fino al disastro del 1943 e la rinascita del Fascismo con la R.S.I.

Bombacci, che non ebbe mai la tessera del PNF, si schierò da subito con la decisione che lo caratterizzava: «Duce, già scrissi in La Verità nel novembre scorso - avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi - sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re-Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l’Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti di una destra pluto-monarchica del '22 ...», affermò perentoriamente in una lettera a Mussolini.


L’analisi sopra contenuta non era sbagliata: liberati dalle «forze della reazione» (la “destra” interna opportunista e conservatrice), i fascisti stilarono i 18 punti di Verona e diedero inizio alla socializzazione, per lasciare ai posteri il loro messaggio di civiltà. Le realizzazioni furono comprensibilmente incomplete, per ovvi motivi di tempo e l’ostilità di taluni esponenti di governo e dei tedeschi.


Inutile dire che Bombacci si battè entusiasticamente a favore delle riforme, impegnandosi non solo nelle fabbriche ma anche nelle politiche della casa. A questo proposito si impegnò per la stesura e l’attuazione del rivoluzionario punto 15 del Manifesto di Verona: «Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. I
I partito iscrive nel suo programma la creazione di un ente nazionale per la casa del popolo il quale, assorbendo l’istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la sua casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto.Come primo compito, l’ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.»

Il “canto del cigno” di Bombacci avvenne nel marzo 1945, quando a Genova tenne un comizio a cui accorsero ben trentamila operai, nonostante la fine della Repubblica Sociale fosse ormai questione di giorni. Erano ancora in tantissimi a voler ascoltare le forti e rivoluzionarie parole di questo «combattente sociale», le cui scelte furono spesso controcorrente ma mai opportunistiche. Ad ulteriore riprova basti citare il fatto che morì accanto al Duce, gridando in faccia ai suoi assassini: «viva il socialismo!». E così proprio lui, quello del «me ne frego di Bombacci / e del sol dell’avvenire» cantato dai giovani fascisti, scelse di dare tutto al fianco di Mussolini, nel nome del riscatto sociale di una Nazione intera.


Nel dopoguerra non pochi esponenti (tra quelli rimasti, viste le vendette ed i massacri dei partigiani) di quella “sinistra fascista” che aveva avuto mirabili esempi nei sindacati e nei GUF, confluirono nel PCI, opportunisticamente alla ricerca di quadri competenti per il partito. Il MSI invece nacque tenuto ostaggio dalla “destra”, come ha più volte riportato nei suoi scritti Francesco Mancinelli. Ed infatti, in assenza di colui che aveva saputo tenere fecondamente in equilibrio le diverse tendenze durante il ventennio, i “continuatori” del Fascismo compirono troppo spesso scelte non in linea con il loro glorioso passato. Ma questa è un’altra storia…

fonte: AVGVSTO

martedì 15 dicembre 2009

La moneta debito


“E’ un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario, perchè se accadesse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina” (Henry Ford).
Così il noto fondatore della Ford Motor Company, famoso altresì per aver inventato il metodo cosiddetto fordista di produzione industriale: la catena di montaggio. Comprendere i gangli bancari e finanziari è di assoluta importanza per chi osteggia il sistema liberal-capitalista. Sia per chi auspica una rivoluzione rossa o nera del terzo millennio, o per chi si propone con idee "decresciste" o antimoderniste. 


In un sistema socio-politico, come il nostro, che usa una moneta come mezzo di scambio per le merci, che misura la ricchezza con i soldi e col Prodotto Interno Lordo si intuisce quali siano le declinazioni delle libertà. Chi ha la proprietà del danaro possiede tutto. Per cui la violazione della sovranità monetaria sancisce la morte della democrazia rappresentativa europea. In Italia, si è partiti nel 1981 col ministro del Tesoro Andreatta (docente di Romano Prodi), Governo Forlani, sancendo la separazione fra il Tesoro e la Banca d’Italia, l’obiettivo finale di privatizzare la Banca d’Italia è stato raggiunto negli anni successivi. Se oggi possiamo ancora rivendicare l’usurpazione della proprietà della moneta è grazie alla nostra Costituzione che afferma: “la sovranità appartiene al popolo” (compresa quella monetaria ovviamente) e che “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito” (art. 47 Cost.). Tali principi sono palesemente violati dall’articolo 105/A del trattato di Maastricth “la BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità” che di fatto usurpa i diritti dei popoli sovrani europei. Banca d’Italia e BCE sono di fatto società indipendenti e fuori dal controllo del popolo. E’ sufficiente leggere la natura ed il numero dei soci partecipanti dal sito di Bankitalia, e si percepisce che essa è stata privatizzata dove lo Stato è relegato con INPS ed INAIL a 42 voti contro 540 delle banche private SpA (2008). Ed è stata relegata ad un ruolo di secondo piano come si legge dall’articolo 1 del suo Statuto: “Quale banca centrale della Repubblica italiana, è parte integrante del Sistema europeo di banche centrali (SEBC). Svolge i compiti e le funzioni che in tale qualità le competono, nel rispetto dello statuto del SEBC“. Il “semplice” passaggio di mano da privato a pubblico è una palese violazione costituzionale (art. 1 e 47) e dovrebbe essere un reato per “appropriazione indebita” delle riserve auree di proprietà dello Stato.

Ricordiamo due precedenti giuridici: nel 2005 Con sentenza 2978/05 la Banca D’Italia veniva condannata a restituire ad un cittadino (l’attore) la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito da signoraggio. E nel 2006, il 21 luglio con la sentenza n. 16751 le SS.UU. civile della Cassazione accoglievano il ricorso di Banca d’Italia sostenendo che: “[…]lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria[…]“. I cittadini europei sono “liberi” nella misura in cui sono obbligati a spendere un danaro privato – moneta debito – creato dal nulla e prestato agli Stati per consumare le merci prodotte dalle corporations SpA amiche dei banchieri. Questo tipo di sistema è virtuale, poiché la moneta è presente solo nei computer, essa è creata dal nulla senza alcun equivalente contro valore in oro, cioè una merce tangibile e reale, e col sistema del prestito (moltiplicatore monetario, formula matematica) e della riserva frazionaria – riserva frazionaria all’8%, accordi Basilea II - essa diventa debito per i popoli. La creazione della moneta debito col moltiplicatore monetario consente alle banche private di prestare soldi anche se non esistono realmente indebitando anche gli Stati in cambio di Titoli di Stato, altra carta. Se uno Stato chiede 1 miliardo di euro alla BCE, la Banca d’Italia e cioè i suoi soci SpA possono inserire la quota parte, in cambio di Titoli di Stato, come riserva frazionaria (un quantitativo obbligatorio di soldi contanti da tenere in cassa, l’8%) e creare moneta debito dal nulla col sistema del moltiplicatore monetario. Per esempio, ad Intesa San Paolo SpA (a.d. Corrado Passera) spetterebbe il 30,3% del miliardo di euro e cioè 303 milioni di carta, moneta stampata ed Unicredit SpA (a.d. Alessandro S. Profumo) 157 milioni (quote e partecipazioni al 31 gennaio 2008). L’unico obiettivo di una SpA è massimizzare i profitti e quindi 303 milioni inseriti in cassa come riserva consente di creare inflazione monetaria ed indebitare lo Stato. Altro esempio, un signore A deposita 100 euro in banca, un signore B può chiedere in prestito 92 euro (riserva frazionaria all’8%, accordi Basilea II). Intanto alla banca risultano esserci 100 euro sul conto di A ed ora ha un credito di 82 da B. In questo modo le banche creano soldi dal nulla mentre i cittadini devono sudare col proprio lavoro. Con questo sistema si creano soldi necessari a corrompere qualunque politico, finanziare le guerre, e sostenere le corporations SpA amiche. Comprendiamo che se queste sono le premesse non esiste alcuna democrazia rappresentativa dato che i partiti sono i migliori camerieri dei banchieri.


Una moneta di proprietà del popolo, cioè del portatore e dello Stato, non emette debito e la relativa rendita da signoraggio viene rimessa nei conti dello Stato quindi non c’è usura, cioè non può esserci interesse.

La moneta è solo un pezzo di carta, è un mezzo, non è vera ricchezza.

L’attuale sistema è degenerato poiché essendo intrinsecamente inflazionistico il debito è inestinguibile e per tanto tutti sono spinti ad usare moneta ed accumularla poiché prigionieri di un vero e proprio inganno. C’è da aggiungere che la moneta viene creata dal nulla questo vuol dire che oltre all’inganno c’è una beffa infatti le banche emettono mutui con interesse senza rischiare nulla, senza un equo scambio. Un cittadino lavora e crea valore, le banche sono semplici tipografie ed emettono “valore”. In realtà è tutta illusione.

Il valore di una moneta lo determina chi la accetta. Lo Stato deve emettere moneta in maniera proporzionale alle merci ed ai beni prodotti e, lo può fare domani mattina. Ma queste vorrebbe significare dare valore alla vera ricchezza: persone, lavoro, idee, terreni, alimenti, merci prodotte e non la finanza delle borse. Applicando l’etica alla politica si tornerebbe al significato proprio dei termini: economia.

Per Aristotele l’economia è la sfera che ha come oggetto la… casa (forse lo sai che in greco “oikos” significa “casa”), la famiglia, in altre parole il privato. Aristotele, quindi, usa il termine “economia” non nel suo significato corrente oggi, ma nella sua accezione etimologica: la sfera che ha come oggetto la casa, la famiglia, in definitiva quello che possiamo chiamare il privato.
In questo contesto si capisce che lo Stato attraverso l’uso di uno strumento di misura: moneta consente ai cittadini di scambiarsi beni, merci e servizi immateriali. Si comprende che l’alta finanza serve a poco alla società umana.

lunedì 14 dicembre 2009

L'aggressione a Berlusconi e il bluff dell'opposizione


Mesi e mesi di attacchi personali, calunnie e maldicenze, accuse paranoiche e spesso infondate, manifestazioni di odio, dileggio quotidiano, non potevano che trasferirsi dal discorso pubblico ormai avvelenato alle vie di fatto.

Quello che è accaduto a Piazza Duomo a Milano è il punto di arrivo di un fenomeno unico per una democrazia. Odiare Berlusconi, volerlo fuori gioco, fuori dal Parlamento, è diventato cool, di moda, socialmente accettabile, anzi commendevole.


Se le élite del paese – gli imprenditori, gli artisti, gli intellettuali, i giornalisti – si sentono in dovere di dipingere il presidente del Consiglio come il male assoluto, la fonte di ogni nefandezza, non ci si può sorprendere se un cittadino qualsiasi prende in mano un modellino del Duomo e lo schianta sul viso dell’odiato "dittatore".

Se un uomo di successo, ultrachic, modello di creatività e di intraprendenza come il patron di Prada, Patrizio Bertelli va in un pubblico dibattito e con le vene del collo gonfie urla che vuole Berlusconi fuori dal Parlamento; se una cantante amata e ammirata, impegnata nella vita pubblica, capace di calamitare l’ammirazione dei giovani come Fiorella Mannoia – un’icona della sinistra – si mette a fare l’apologia di Fini piuttosto di subire la vergogna di essere governata da Berlusconi; se un giornale si è votato da mesi alla distruzione del presidente del Consiglio con l’unica indecisione se farlo come come pedofilo come stragista e mafioso; se un ex magistrato, parlamentare della Repubblica, leader di partito ritiene che Berlusconi si sia meritato l’attacco in piazza Duomo se, se , se…

Se questo è il tenore della vita civile in Italia, come stupirsi che un signore qualsiasi, magari mite, magari rispettoso delle leggi, uno che non farebbe male a una mosca, si vede Berlusconi davanti e si sente chiamato dalla suprema missione di assalirlo. Magari convinto di ricevere il plauso del mondo interno, come il giornalista iracheno diventato famoso e rispettato per aver tirato una scarpa al criminale George W. Bush.


Dalla politica berlusconiana sono stato equidistante: vicino alle scelte energetiche e a molte azioni di politica internazionale, che hanno mostrato sprazzi di autonomia dal giogo statunitense, ma anche assai critico per ciò che invece è scaturito dalla politica interna e dalle opzioni filo-liberiste intraprese in molte scelte di governo. Purtroppo in Italia esiste un opposizione che non è più in grado di far comprendere ai suoi elettori la differenza che passa tra una critica politica che innesca delle proposte costruttive, alternative ed edificanti per l'economia e la società, e l'odio per un uomo solo. L'antiberlusconismo è l'anima permeante di molte figure che oggi calcano la scena parlamentare e non dello scacchiere centro-sinistro. Mi domando cosa ne sarà di questa gente quando Berlusconi non ci sarà più.

Ma se alcune forze dell'opposizione hanno anche dimostrato di far più gli interessi della grande finanza e delle economie globaliste tinteggiare da stelle e strisce, che senso ha tenerle in vita? Come in Iran bisognerebbe procedere con la messa al bando dell'opposizione rea di avere «violato la legge, organizzato rivolte e incoraggiato la gente all'odio. Tutto questo ha dato coraggio ai nemici della Nazione ai quali questa opposizione si è venduta». Queste le parole della guida spirituale
ayatollah Ali Khamenei che ben potrebbero calzare all'attuale situazione italiana. Quando la nostrana opposizione sarà in grado di affrontare i temi più caldi con il piglio sincero di chi vuole la verità risulterà più credibile. Il Giornale, di proprietà di Silvio Berlusconi, ha pubblicato un redazionale (qui il link) contro il signoraggio bancario. L'Unità o il Fatto Quotidiano ne avrebbero il coraggio?

venerdì 11 dicembre 2009

Il denaro “sterco del demonio”? No, lo è chi ne fa l’unica ragione di vita


Non bisogna farsi coinvolgere dalle "sparate del giorno" dei politici. Usiamole però come occasioni per riflettere a fondo sulle varie questioni che ci toccano da vicino, al di là delle strumentalizzazioni di turno.

Quel che esce ogni giorno da tv e giornali pappagalli di un regime liberal-democratico ormai decotto offre anche troppi spunti per scrivere nuovi articoli in cui è facile rilevare le assurdità alle quali, purtroppo, senza tema di smentita perché “governo” e “opposizione” pari sono, gli italiani vengono sottoposti a dosi che ricordano il classico lavaggio del cervello.

Le fesserie pronunciate da esponenti del cosiddetto “governo” e della cosiddetta “opposizione” sono incalcolabili per riuscire a tenerne il ritmo, e troppo grosse per pensare che chi le profferisce vi creda per davvero. Talvolta si è presi dal dubbio che tutta questa ridda di “dichiarazioni”, di “sparate” e di “repliche” eguali e contrarie servano solamente a gettare una cortina fumogena sulla reale attività di questi “personaggi pubblici”. Altrimenti dovremmo pensare che i politici passano il tempo solo a parlare coi giornalisti, a consultarsi coi loro addetti stampa per sapere cosa possono tirare fuori dal cilindro e a leggere giornali per sapere come gli altri loro omologhi hanno commentato le loro “sparate del giorno”. Noi, in fondo, li vediamo solo nella “pagina politica” del tg, nel rituale giro di “polemiche politiche”, ma cosa fanno tutto il giorno (appalti, favori a se stessi e alle loro clientele ed altri ‘servizi al cittadino’) a noi non è dato saperlo.

Insomma, un’attività frenetica di chiacchiere inconcludenti, tipo quelle sul “ritiro dall’Afghanistan”: lo stesso giorno in cui il ‘Grande Gabo’ dice “ritiro entro il 2012”, un ministro della Repubblica delle Banane risponde “sì” alla richiesta della Nato d’inviare altre migliaia di uomini. Le due cose, razionalmente, non stanno assieme, ma tant’è.

Tutto e il contrario di tutto, su ogni argomento, col cittadino a casa che inevitabilmente resta disorientato, ubriacato in mezzo a questa cacofonia di voci.

Ma alcune di queste sparate ci riguardano più da vicino, altre meno. Cioè, diciamo che ci riguardano tutte, perché l’azione dei politici e di tutti quelli che hanno un potere è dettata dalla regola non scritta di fregarci dalla mattina alla sera (loro chiedono a noi il voto, ma gli interessi di cui si curano mica sono i nostri), però alcune ci riguardano direttamente, altre indirettamente.

Negli ultimi giorni, una di queste uscite esilaranti ha attirato la mia attenzione.

Si tratta di quella sugli emolumenti dei conduttori Rai da segnalare nei titoli di coda delle trasmissioni. Lasciando perdere il discorso sulla progressiva cannibalizzazione della tv di Stato (le tv private, in un sistema davvero libero, non dovrebbero esistere, poiché ovunque, alla faccia delle filastrocche sulla “diversificazione dell’offerta informativa”, si assiste all’instaurazione di monopoli mediatici), in merito a quest’ultima sparata di un ministro c’è da osservare quanto segue.

Che Tizio o Caio guadagnino fior di quattrini in poche serate è uno scandalo sia che ciò avvenga in una tv pubblica che in una tv privata. La favola per cui quelle del primo tipo si mantengono col canone mentre le seconde con la pubblicità non sta davvero in piedi: lo dimostra la diffusione delle “tv private a pagamento”, che prima si rendono ‘indispensabili’ (creazione di nuovi ‘bisogni’), poi fanno spendere di più di quel che uno spendeva col vecchio canone Rai. È successo così con tutto il resto: quando c’era la Sip si spendeva, in proporzione, molto meno in telefonate di quanto si spende oggi (c’è anche, è vero, la voglia indotta di chiacchierare “senza limiti”), mentre ci sembra di godere di sempre più strabilianti “offerte” e “promozioni”.

Ma torniamo ai compensi da inserire nei titoli di coda.

Che uno, fosse anche un Re Mida reincarnato, guadagni in una serata decine o centinaia di migliaia di euro è uno scandalo sia che ciò avvenga in tv che altrove. È uno scandalo e basta.
Simili individui famelici, ingordi, insaziabili sono nocivi per la comunità in cui vivono. Se a loro va tanto, alla massa inevitabilmente va poco. Hai voglia a credere alle leggende liberiste per cui “si creano sempre nuove occasioni di ricchezza”: no, la ricchezza è limitata, e se pochi si pappano tutta la torta, agli altri non restano che le briciole e ciucciarsi il dito.

Ma quelli che si pappano tutta la torta sono gli stessi che predicano “lacrime e sangue”, che ci fanno il catechismo sui “sacrifici”, che lodano le virtù dei “conti in pareggio”, che si ergono a sacerdoti delle “regole dell’economia”. A sentirli parlare e a credere a quel che dicono si penserebbe di essere al cospetto di persone davvero coscienziose che si prendono il fardello di gestire a regola d’arte tutta la baracca che se lasciata in mano al popolo (a quelli che si devono accontentare delle briciole) andrebbe inevitabilmente a scatafascio.

Troviamo così, in tutti gli spettacolini per deficienti che la tv propone (i peggiori sono quelli che s’ammantano di “serietà”), pescecani con entrate da cinque zeri che pontificano, che la sanno lunga, che si preoccupano e talvolta piangono lacrime di coccodrillo per i “disoccupati”, i “precari”, i “cassintegrati”. Ma che filantropi che sono! Dedicano il loro tempo a preoccuparsi per chi sta peggio di loro, spremendosi le meningi per trovare una soluzione e, se non c’è (ma c’è, ovviamente), fornire sempre nuove parole di conforto: “siamo sulla stessa barca”!

Dunque, il problema non sono affatto i conduttori televisivi con contratti da favola, ma tutti questi ricconi che hanno sistematicamente rubato. È la regola: se uno è ricco sfondato, ha per forza rubato in qualche modo, anche se tutto ha la parvenza di “legalità”: di sicuro avrà sfruttato il lavoro di altre persone, raggirate col mito del “benefattore che ha dato lavoro”, come se il fine ultimo della vita fosse quello di tenerci occupati dieci ore al giorno (le otto canoniche più l’avanti e indietro di media) per ricevere quanto basta (se basta) a sopravvivere. Che poi chi si strafoga nei soldi li spenda per serate a base di sesso droga e rock’n’roll o si dedichi all’acquisto di rarissimi incunaboli medievali per arricchire la sua biblioteca da 100.000 volumi, che vada a cena in ristoranti in cui ti tolgono anche il cappotto o si faccia bello staccando assegni in “beneficenza” (tanto per farci sentire delle merdacce: lui regala d’un botto 10.000 euro e te, stronzo, neghi l’euro al marocchino che te lo chiede al supermercato?), tutto questo non ha nessuna importanza. Lo scandalo resta che lui ha troppo, decisamente troppo, e tu devi arrabattarti dalla mattina alla sera, in mezzo a “leggi” che lui, coi suoi simili, ha stabilito.

Certamente, se questo scandalo massimo va avanti da quando s’è imposta la liberaldemocrazia, ciò lo si deve anche alla dabbenaggine degli sfruttati, che anziché farsi allettare dagli specchietti del produttivismo e del consumismo avrebbero potuto realizzare che nella vita la cosa più preziosa che si ha è il ‘proprio tempo’ (uso gli apici perché il tempo non è effettivamente nostro). Esiste tutta una ‘mistica del lavoro’ che santifica chi “lavora sodo”, suda, ha “la testa a posto” eccetera, ma parliamoci chiaro: è solo una spudorata menzogna per far andare avanti un meccanismo colossale di sfruttamento della maggioranza da parte di un’infima minoranza. Che per raggirare la prima ha creato i media, per controllarne persino le priorità esistenziali e dirigerne perciò la vita.

Ma in quest’articolo non intendo prendermela con gli ingenui, con chi per abitudine, o magari per ‘necessità’ (uso di nuovo gli apici perché alla fine un alibi per adagiarsi si trova sempre) s’è arreso allo sfruttamento, a rendersi un ingranaggio di un enorme falansterio dominato dai “padroni del discorso”, dai “fabbricanti di opinioni”. I ricconi sfondati che parlano ed operano anche, e soprattutto (!), “per noi”, per “il nostro bene”.

Allora, per riprendere il punto da cui eravamo partiti, direi che mettere gli stipendi dei conduttori della Rai nei titoli di coda delle trasmissioni è a mio avviso decisamente poco. Propongo, piuttosto, una misura più radicale. Perché non imporre l’indicazione degli stipendi di tutti coloro che compaiono in televisione e scrivono sui grandi giornali? Sono quelli che sentenziano su tutti gli aspetti della vita di noialtri, maggioranza, che non avremo mai la possibilità di dire la nostra in tv e nelle testate cosiddette “autorevoli”. Almeno pretendiamo di conoscere, sovraimpresso sullo schermo se appare alla tv, e in nota se scrive o viene interpellato su un giornale, l’importo delle entrate annuali di ogni economista che afferma essere necessario “tirare la cinghia”; di ogni “garante” che ci racconta come ci sta tutelando; di ogni magistrato o avvocato che ci spiega come quotidianamente lotta per applicare il celebre motto “la legge è uguale per tutti”; di ogni direttore di testata o giornalista particolarmente infervorato nel difendere determinate cause e non altre (già, chissà!); di ogni psicologo alla moda che conosce “profondamente” i “mali della nostra epoca”; di ogni “luminare della medicina” che c’illumina con la luce dell’aureola che gli è venuta in capo a furia di “salvare vite umane”; di ogni belloccia zinne e culo che sa tutto di come è “difficile essere madri” in una società che ha massacrato il ruolo della donna; di ogni tuttologo che spara sentenze a raffica; dei vari personaggi dello spettacolo, comprese mignotte e trans, che oltre ad occuparsi di cose effimere come dovrebbero si atteggiano a “maestri di vita”. Insomma, fuori le entrate annuali di ciascuno che sui media parla “in nome del popolo” e dice di sapere tutto su come viviamo noi comuni mortali.

Sai che ridere se si facesse in questo modo. Arriva il tale che dice “dobbiamo comprimere i salari”, mentre sotto appare “200.000 euro l’anno”; l’altro che afferma “sono assolutamente necessarie le riforme” (nella neolingua rovesciata, “riforme” significa sempre “tragedia per noi”), e passa la scritta “400.000 euro l’anno”; salta fuori quello che sputa secco “basta con due lavori” e ai “prepensionamenti” e assieme agli 800.000 euro annui il pubblico a casa può sapere che ha di fronte un “pensionato d’oro” che accumula, oltre a quelli di “senatore a vita”, “direttore”, “presidente onorario”, “consulente” ecc., altri lauti compensi mai in contraddizione con gli altri…

Come invece si sentirà dire uno sfigatissimo dottorando da 1.000 euro al mese, che oltre a dover leccare le chiappe ad un professore ignorante e presuntuoso non deve assolutamente percepire redditi da ISEE superiori a 7.000 euro annui, pena la decadenza dalla borsa di studio; come deve ingoiare l’aspirante destinatario di un contribuito una tantum per la disoccupazione, che per un ISEE (sempre lui! ma i vari ricconi che sentenziano in tv e sui giornali l’avranno mai fatto un ISEE?) superiore a 13.000 euro nell’anno precedente non ha diritto ad un bel niente anche se è senza lavoro; come quello che ha un contratto a tempo determinato e chiede un contributo per l’affitto ma si sente dire che no, non ne ha diritto perché “non è residente” (sai com’è, nella scuola ti sballottano da una regione all’altra), però è… italiano, mentre ne ha diritto l’immigrato che, appena arrivato, prende la residenza; come quei “docenti a contratto” dell’università che tenuti a stecchetto con poche migliaia di euro (lordi!) l’anno (ma gli studenti non lo sanno e credono di avere di fronte dei veri “professori”), una volta che vanno a riempire i fogli per la disoccupazione scoprono di non averne diritto perché l’università (la cui serietà, malgrado gli stemmi con cherubini e motti in latino è pari a zero) non può fornire alcuna documentazione compartibile coi parametri fissati per aver diritto alla mascherina dell’ossigeno del contributo di disoccupazione; come quei poveracci che hanno ricevuto la “social card” (soldi non ne danno più: solo carte prepagate – quando lo sono! – da utilizzare nella grande distribuzione di proprietà, ovviamente, degli stessi ricconi sfondati che commissionano le stesse leggi inique che valgono solo per la maggioranza, cioè noi).

Questa modesta proposta, quella di far comparire sempre le entrate di chi parla “in nome del popolo”, di tutti quelli che hanno un ruolo pubblico e fanno “opinione”, potrà sembrare una provocazione, un’assurdità, ma non lo è. Innanzitutto perché se davvero nei titoli di coda delle trasmissioni dovessero passare i compensi dei conduttori, significherebbe che siamo già nell’assurdo, però un assurdo ad uso e consumo di determinati interessi politico-economici (lo scopo, evidentemente, è nuocere a quei conduttori contrari ad una certa parte politica, e comunque anche a questa sparata non farà seguito nulla). Allora, assurdo per assurdo, tanto vale un provvedimento utile per la collettività, che almeno potrà finalmente rendersi conto di come ad ogni discorso fatto in tv e sui giornali che contano non corrisponda mai alcuna sincera intenzione; di come vi sia un totale scollamento tra chi ha il privilegio di parlare sui media e chi questi media deve sorbirseli e basta (si faccia caso al fatto che non esiste una trasmissione nazionale in cui è possibile intervenire da casa); di come all’apparenza dei “fabbricanti di opinioni”, che preparano il terreno alle “leggi”, alle guerre, a tutto quello che ci interessa da vicino, corrisponda solo la realtà del conto in banca.

C’è chi dice che la ricchezza non sia un male in sé, perché dipende da come i soldi vengono usati. Ed è vero, senonché chi predica questa cosa si è sempre esentato dal chiedersi come sono state accumulate fortune da Paperon de’ Paperoni.

Ma il problema non è nemmeno questo. Mano a mano che questa umanità è discesa verso la dissoluzione finale, da una “epoca dell’oro” (dove per “oro” non s’intendeva la grana) verso “l’età oscura” nella quale siamo immersi ed il cui volto grottesco si mostra a chi sa vedere, il possesso di ricchezze è diventato l’unico valore in base al quale si costituiscono delle gerarchie, le quali, si capisce, sono delle parodie della vera gerarchia, che è solo spirituale. Nell’epoca in cui i valori della materia hanno soppiantato quelli dello spirito, il ricco sfondato (che tra l’altro non era neppure concepibile in epoche informate secondo altri valori) s’è messo a fare l’abusivo, occupando un livello gerarchico che non gli spetta. Per far questo, l’opera satanica (e qui il discorso si fa serio) ha puntato a svalutare tutto quel che sapeva di guerriero e sacrale e che forniva il modello alla maggioranza (“onore” e “fedeltà” sono oggi considerati valori obsoleti, non “alla moda”), così il regno di Mammona ha avuto campo libero. Siccome però i ricconi sfondati sono per forza di cose una minoranza (le ricchezze sono limitate), la base della piramide, ovvero noialtri, è stata indotta ad assumere i valori della casta bulimica, che anche quando ammanta la propria esistenza di “spiritualità” altro non si gingilla se non con patacche spiritualiste che si accomodano benissimo col loro famelico bisogno di beni materiali, il tutto configurandosi come l’orizzonte esistenziale di chi s’è venduto l’anima al Diavolo. La massa, anche se non riesce ad arricchirsi come la casta dei miliardari vorrebbe farlo (vedasi il proliferare delle scommesse “legali” o le fortune elettorali di personaggi ricchissimi), ed in questo sta il pericolo, spirituale, s’intende, anche per chi non s’è arricchito. Certamente v’è una differenza tra chi sfrutta e chi è sfruttato (chiamiamo le cose col loro nome: altro che “atipici” e “interinali”!), tuttavia, per neutralizzare effettivamente l’opera asociale e nociva dei pescecani sempre più intenti ad accumulare denaro e beni materiali serve ritrarsi dal loro campo d’azione privilegiato, riappropriandosi per prima cosa del tempo. Infatti, il primo bene che gli sfruttatori succhiano agli sfruttai è il ‘loro’ tempo.

Certo, si tratta di “darsi una regolata”, di vivere più sobriamente. In base a parametri che non sono quelli né degli “sfruttatori” né degli “sfruttati”, perché qui è in questione l’uscire da un’arena nella quale la partita è falsata in partenza. Da piccolo ti fanno credere che “tutti sono uguali”, poi però scopri che pochi corrono con la Ferrari e molti con la Topolino, ma la linea del traguardo è uguale per tutti. Addirittura, quelli con la Ferrari ti lanciano i chiodi e macchie d’olio sulla strada, ma da regolamento pare che ciò sia ammesso se il proprietario della Topolino (che comunque può indossare un cappellino della Ferrari) non svolge almeno 40 ore di addestramento settimanali a costruire delle Ferrari. Coi soldi che guadagna, poi, potrà comprarsi una Topolino, ma se per disavventura, per strada, dovesse danneggiare una Ferrari il regolamento prevede l’esclusione dalle gare per numero variabile di anni, fino all’esclusione totale. Ai proprietari delle Topolino, infine, è fatto assoluto divieto di costituire una federazione autonoma, mentre sono obbligati a festeggiare le puntuali vittorie di quelli che hanno le Ferrari.

Quando mai l’uomo capirà che quella dell’“uguaglianza”, per non parlare della “libertà”, è la più grande favola politico-sociale mai messa in circolazione? Che a voler perseguire questi “ideali” su un piano politico-sociale non si realizzerà mai alcuna “fraternità” ma che, invece, il vivere insieme sarà sempre più simile alla proverbiale “giungla”? “Libertà, uguaglianza, fraternità”, non per niente sono le parole d’ordine del sommovimento rivoluzionario che ha definitivamente inaugurato l’epoca del potere della casta dei pescecani. Chi le ha elaborate - non è un mistero - sapeva dove voleva andare a parare. E siccome tutto, alla fine, nel disordine, è una parodia dell’Ordine, vale la pena di osservare che l’unica “uguaglianza” che mai abbia avuto senso è quella di fronte a Dio, al Principio Supremo: qui non si bara con le Ferrari e le Topolino. La vera “libertà” è solo quella interiore, che solo può essere raggiunta attraverso un cammino spirituale, ma oggi le sue contraffazioni – politiche, sociali ecc. - sono talmente numerose che risulta impossibile enumerarle tutte: si pensi solo a cosa è diventata la “liberazione” da chi vi vede solo una parola d’ordine politico-sociale. La fraternità, perciò, anziché stabilirsi tra individui lasciati all’imperio della “legge del più forte” (del più ricco), con buona pace di tutti i pedagoghi e dei riformatori sociali che sperano sempre di mettere una pezza ad una società a brandelli con le loro prediche e le “iniziative umanitarie”, una reale fraternità, dicevo, potrà solo stabilirsi tra coloro che hanno saputo prima distinguere, poi realizzare, la “eguaglianza” e la “libertà” nei rispettivi superiori significati prima menzionati.

Per costoro, anche il denaro finisce di apparire come “lo sterco del demonio”. Sono i pescecani, gli sfruttatori, gli schiavi della brama di beni materiali e di dominio sugli altri, ad assomigliare molto di più allo sterco. E lo sterco, quand’è secco, brucia molto bene…